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Terremoto Emilia/ Psicologi in campo per superare traumi, stress e paura

  FINALE EMILIA (Modena) «IL MOMENTO più duro per noi arriva adesso. Le persone sopravvissute  cominciano ad ascoltarsi e a interrogarsi». Paolo De Pascalis è il  coordinatore dell’équipe di psicologi e di psichiatri distaccata in prima  linea da Fabrizio Starace, capo del dipartimento di salute mentale della Ausl di Modena.
   GLI SFOLLATI  riparati negli accampamenti della Protezione Civile, che ora sono in larghissima maggioranza immigrati, cominciano a fare i conti con la vita sconvolta, con la fabbrica o la scuola chiusa, con i ritmi quotidiani  rivoluzionati e le certezze infrante. Un foglietto del sistema sanitario regionale indica i primi sintomi del trauma, ansia, paura di rientrare in
 casa, sensi di colpa, insicurezze, rabbia, disperazione, autoisolamento. Spesso i bimbi non riescono ad addormentarsi e fanno la pipì a letto.

  UNA «NORMALE  regressione», la definisce De Pascalis. La premessa del volantino è inquietante. Precisa infatti che lo «stress emotivo» non riguarda solo le «persone presenti direttamente nella sciagura», ma anche chi ne è stato semplicemente sfiorato come i soccorritori, i conoscenti o individui che si sono trovati in luoghi vicini a quelli sconvolti dall’onda
 d’urto. Il suggerimento è di «non reprimere i sentimenti e di cercare di condividerli con altre persone». «L’ascolto – spiega De Pascalis – è  fondamentale. Le richieste non ci arrivano solo dalle tendopoli, ma anche da persone, in apparenza più fortunate, la cui casa è perfettamente abitabile. 
 L’interessato deve poter esternare i suoi ricordi, ricostruire l’accaduto, raccontare le emozioni e le preoccupazioni successive. E’ il punto di svolta  per rompere il cerchio della solitudine». L’Ausl modenese ha messo in campo una forza di pronto intervento di otto operatori specializzati. A questi si è aggiunta una pattuglia di circa 50 volontari, tutti pischiatri o
 psicologi.  LE RICHIESTE  di aiuto arrivate fino a questo momento agli ‘strizzacervelli’ pubblici sono quasi cento. Il vademecum regionale  suggerisce di «sforzarsi di compiere le normali scelte quotidiane», di  tentare il più possibile di «ripristinare i precedenti ritmi e abitudini di vita» e di «concedersi un tempo» per superare l’impasse.
 De Pascalis giustifica le richieste degli stranieri. «Nei momenti di  difficoltà – ragiona a voce alta – emerge con forza l’attaccamento alle proprie radici e alle proprie tradizioni. I non italiani ora sono i più fragili. Non hanno la rete esterna di parenti sulla quale possono contare,
 invece, i nativi del posto».  A Mirandola, coordinandosi con la Protezione Civile, gli indiani, in larga  prevalenza sikh, hanno fatto arrivare nella tendopoli cibo cucinato secondo  gli usi della terra di origine. A Finale Emilia, come a San Felice sul Panaro, gli italiani fanno di tutto per non finire negli accampamenti  pubblici.
  UN AGGLOMERATO  estemporaneo di tende è sbucato di punto in bianco sui
 prati dei giardini intitolati ad Alcide De Gasperi. Un cultore dell’autoironia ha già attaccato i numeri civici. Vicino al bar ‘Fly’ un  complessino piazza su una pedana i suoi strumenti musicali, ignorando i boati delle scosse che scandiscono lo sciame del terremoto. Si tenta di
 ritrovare l’alveo della normalità. Proprio come raccomanda Fabrizio Starace,
 il numero uno della Usl.