La terra violentata
LAVORIAMO per vivere e non il contrario. Condivido l’esigenza di salvare l’economia del Paese e anche quella che ci accomuna di salvaguardare il conto in banca, ma penso che da morto entrambe le cose non mi riguarderebbero in alcun modo, quindi ritengo sempre preferibile almeno tentare di sopravvivere. Comprendo l’esigenza di chi è stato travolto dal sisma di voler tornare a produrre, ma è bene anche evitare di continuare a commettere errori fatali.
UN LETTORE, per giunta quello che oggi si definirebbe un tecnico, mi bacchetta per aver scritto nella mia quotidiana rubrica che le normative antisismiche non sono state rispettate e per questa ragione i capannoni industriali sono crollati come castelli di carte. Mi spiega che la zona non era a rischio e in quanto tale non c’era alcuna misura particolare di cui tenere conto. E fa un esempio: ad Alassio non ci si preoccupa come si fa a Cervinia dell’eventualità che la città venga sommersa dalla neve e, qualora succedesse, si tratterebbe di un evento imprevedibile. Bene, premesso che avvisi di garanzia sono già partiti e l’inchiesta giudiziaria verificherà eventuali responsabilità, il mio punto di vista parte da considerazioni forse poco tecniche, ma non per questo marginali. Trovandomi spesso ad attraversare in treno le terre colpite dal sisma, mi capita di buttare lo sguardo fuori dal finestrino e di chiedermi, vedendo quelle orribili costruzioni che affollano le campagne, in quale abisso siamo precipitati: poligoni grigi hanno sostituito cascinali e altri antichi edifici che coniugavano funzionalità ed estetica. Se in nome del profitto giustifichiamo lo scempio, se ci appelliamo alle normative anche in questi momenti nei quali siamo travolti dai lutti, temo che la nostra società sia destinata ad autodistruggersi. Solo se prenderemo atto della violenza perpetrata ai danni della nostra penisola in nome non del progresso, ma di uno sviluppo selvaggio, eleggendo il profitto come unico criterio di valutazione, potremo rivedere la luce. Dal dopoguerra in poi abbiamo via via messo da parte quei sacrosanti criteri che ispiravano ingegneri e architetti di un tempo, quando la tecnica non poteva prescindere dalla bellezza e viceversa.
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