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Vuoti di potere

E’ l’autorità che tiene in forma il potere. E infatti oggi che l’autorità, persa ogni residua autorevolezza, viene percepita come illegittima il potere appare vuoto, autoreferenziale, ripiegato su se stesso e vistosamente inadeguato. Vale per i partiti maggiori, concetto ormai relativo, che avendo per quasi vent’anni eluso l’eterna questione del «chi sono» e «dove vado» si rifanno il trucco vagheggiando di lste civiche, scimmiottano il fenomeno Grillo e si illudono di frenare la fuga degli elettori invocando le urne come fossero un approdo a qualcosa e non un pontile che sbocca in mare aperto. Andiamo a votare? Bene, e poi? Analoga prova di debolezza la sta dando il governo, dove le crescenti liti tra ministri denunciano margini politici sempre più ridotti. Siamo allo stallo, con un premier «vorrei ma non posso» evidentemente in balia degli eventi e condannato a navigare a vista. Del resto, più di altri Mario Monti è figlio legittimo di quest’Europa senza padri, ma con una matrigna. Siamo entrati nell’euro per volontà di pochi e nell’ignoranza di molti, ci dibattiamo nella crisi in circostanze analoghe. Fare sacrifici va bene, ma con quale fine? Nessuno lo dice, forse nessuno lo sa. Chi ieri ha accreditato «il sogno europeista», si guarda oggi dal render conto di un incubo. Persa una guerra, i responsabili pagano pegno. In questo caso è diverso: i responsabili della ‘guerra’ persa gestiscono anche la ricostruzione e a breve ci chiederanno di rinunciare a quel po’ di sovranità nazionale che ancora resiste. Si può fare, ma per arrivare dove? Mistero. Anche Angela Merkel, matrigna d’Europa, non offre risposte. L’euro gli consente di esportare il doppio di noi e di pagare il denaro un quarto, ma l’idea di collettivizzare le perdite di un’impresa i cui dividendi vanno alla sola Germania la indigna. Ad alzare la voce è anche Obama, leader di un’America smarrita. Critica l’Europa, e va bene, ma trascura di rammentare che la crisi economica europea nasce dalla crisi del sistema creditizio statunitense. Era il 2008, si è fatto qualcosa per correggere gli errori commessi? No, nulla. Del Vaticano inutile dire, è tutto fin troppo evidente: un’istituzione in crisi di senso e di consenso, dove il vuoto annunciato di un capo morente viene riempito da lotte di potere mai così esplicite. Qualcosa di simile sta accadendo anche tra i ranghi del potere finanziario italiano. Ovunque si posi lo sguardo, insomma, lo spettacolo è lo stesso. Ed è uno spettacolo doloroso e scoraggiante. Non ci si può neanche distrarre col calcio, moderno oppio dei popoli: anche lì tutto degrada verso l’abisso. Ne usciremo solo se parti e partiti si faranno carico delle colpe passate per evitare errori futuri. Da oggi c’è solo un criterio da adottare: dar retta non a chi indica la via, ma chi chiarisce la meta.