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Strada pericolosa, ma obbligata

 Alleggerire il peso del debito pubblico attraverso la vendita di parte del patrimonio dello Stato. Finalmente. Ieri il presidente del Consiglio ha rotto gli indugi, annunciando un apposito piano per smantellare quella montagna di passivi, accumulati nei decenni, che costa ai contribuenti più di settanta miliardi l’anno di soli interessi. E che fa sembrare irrilevanti e inefficaci le manovre alternative. La soluzione è inevitabile,  pur tra mille insidie.

L’ipotesi era stata accarezzata a lungo nel corso degli anni ma pareva trasformarsi in un imperativo nell’estate scorsa quando il governo Berlusconi, assediato dalla sfiducia dei mercati internazionali e colpito dalla speculazione finanziaria, aveva abbozzato strategie d’azione con tappe teoriche e indicazioni di bilancio, per quel che si è capaci in Italia: cinque miliardi l’anno per un triennio l’introito per lo Stato legato alle cessioni, predisposizione di un elenco di possibili immobili e beni da cedere, stimati con mille cifre. La valutazione più accreditata era compresa tra 300 e 500 miliardi, il 10% dei quali da inserire nella compravendita del mercato in tempi celeri. Data fissata per il termine della road map il 30 aprile scorso. Poi il nulla. Fino a ieri.

Nessuno può nascondere quanto sia difficile, e sempre meno sostenibile, scalare la vetta del debito italiano che ormai s’avvicina a quota duemila miliardi (la spesa pubblica sale di 40mila euro al secondo) e far quadrare i conti pubblici con i consueti attrezzi dell’aumento delle tasse o con una spending review che inciderà per il 2012 sullo 0,2% del debito, nella migliore delle ipotesi, e a poco più del doppio l’anno prossimo. Sempre che funzioni il bisturi del supermanager Bondi.

Oltretutto la pressione fiscale in continua crescita toglie sogni e ricchezza a imprese e famiglie, taglia i consumi, frena gli slanci, avvita ulteriormente la recessione e allontana la ripresa. E se il Paese non cresce diventa impossibile sostenere lo stock dei disavanzi accumulati dalla politica dissennata: ogni punto percentuale in più sul tasso medio di interesse costa al Paese oltre 19 miliardi, cioè (molto) più di un punto di Pil. Ora i mercati finanziari stanno valutando, e cinicamente sfruttando, proprio questa incapacità di aggredire il debito, l’insufficiente incisività dell’azione riformatrice del governo e la fragilità della maggioranza a sostegno dei professori. L’inadeguatezza della politica italiana.

Mettere mano agli immobili pubblici, e alle partecipazioni societarie dello Stato, è tuttavia operazione delicata e malsicura: si rischia la svendita di gioielli tra le 543mila unità immobiliari di proprietà dello Stato, tra le partecipate o tra i 776mila terreni. Il Tesoro controllava (nel 2010) 26 società che contavano 500mila dipendenti e 250 miliardi di ricavi, a cui aggiungere le ex municipalizzate di valore presunto fra 30 e 40 miliardi: ora il professore annuncia che sta predisponendo appositi veicoli, mobiliari e immobiliari, attraverso i quali far transitare il patrimonio dal pubblico al privato. E questo potrebbe riavvicinarlo, sussurra qualcuno, ai poteri forti e ai grandi gruppi internazionali che fiutano l’affare.

Il pericolo concreto è quello di poter ritrovare, fra qualche anno, una Italia con lo stesso debito e un patrimonio impoverito, perché venduto e sperperato.
Ma l’obiettivo sul tavolo è prioritario e ambizioso: invertire la rotta nell’andamento del debito e, attraverso la liberalizzazione, stimolare la crescita e la concorrenza. La strada, pur azzardata, non ha più alternative.