Siria/ Una caserma chiamata Siria. Qui il nemico sono i giornalisti
DAMASCO. IL BENVENUTO ai giornalisti è un cartello appeso nella sala di controllo dei passaporti, alla frontiera fra il Libano e la Siria. Una colomba attraversata dai colori nazionali siriani guarda terrorizzata le molte canne di fucile puntate sul suo cuore. Su ognuna c’è il nome di un canale televisivo: Bbc, Al Jazeera, Al Arabiya. Il poster sintetizza gli umori dell’élite al potere, il senso di accerchiamento in una guerra che pare già persa sui media, un’arma forse non prevista dal regime di Bashar al-Assad.
Non a caso i doganieri ai quali è affidato il terzo controllo, quello dei bagagli, sono spasmodicamente interessati a un solo attrezzo: «Giornalisti? Avete per caso una telecamera? Un’attrezzatura di quelle che si usano per le dirette?». Il nostro no è sufficiente. ‘Jarida’, in arabo ‘giornale’, è un passepartout infallibile. Il controllo del territorio nei primi chilometri è ossessivo. A duecento metri dalla frontiera si erge già un posto di blocco dell’esercito. Dopo un chilometro, da una postazione emerge la torretta di un blindato. All’incrocio che porta a Zabadani, irriducibile focolaio di rivolte, gli addetti ai controlli leggono e rileggono con attenzione minuziosa e caparbia il documento rilasciato alla frontiera all’autista libanese che ci sta accompagnando nella capitale siriana. Sulla corsia opposta due grandi camion trasportano una coppia di carri armati. Vicino al
cartello che indica la distanza di 20 chilometri da Damasco ci fermano agenti della sicurezza, la Mukhabarat.
Percorriamo ancora un chilometro. Nuovo stop, ordinato da uomini dello stesso corpo. Dopo qualche decina di metri ci insegue e ci impone di fermarci una camionetta di ‘doganieri’, molto cortesi, ma in inappuntabile assetto militare.
SIAMO ORMAI alla periferia di Damasco, traffico intenso, guizzi di fuoristrada, sintomi bugiardi di una normalità che ormai non esiste più. Sausan Gosheh, palestinese di Gerusalemme e portavoce degli osservatori inviati dalle Nazioni Unite per la agonizzante missione Unsmis – quelli che dovrebbero garantire l’applicazione del piano in 6 punti di Kofi Annan – parla di un imam sciita ucciso nella capitale, e di 28 soldati caduti nel nord del Paese. «La notizia però non è ancora confermata», si premura di aggiungere pudicamente.
Le organizzazioni siriane per la difesa dei diritti umani preciseranno poi che il religioso è caduto vicino al mausoleo dedicato a Sayyda Zainab, una nipote di Maometto. Nella capitale un attentato dinamitardo ha fulminato un medico militare. Sette civili hanno perso la vita in due sobborghi, Harasta e Duma. Il tributo di sangue ieri ha toccato quota 58 caduti. Un ufficiale di
polizia di Daraa è stato straziato da un ordigno rudimentale fatto esplodere mentre stava scortando un’auto sulla quale viaggiava l’inviato dell’Ansa Claudio Accogli. Un suo collega ha perso le gambe.
«ERAVAMO a 30- 50 metri – racconta il giornalista italiano – ho sentito una
forte esplosione e ho visto salire verso il cielo una colonna di fumo bianco. L’ordigno era collocato a circa 5 metri dalla strada. Poco dopo è arrivata anche l’ultima vettura del convoglio. Gli uomini della sicurezza mi hanno mostrato un’ammaccatura sul lato sinistro della loro auto e mi hanno
detto che l’aveva provocata un secondo ordigno».
A Los Cabos, durante il summit G20, hanno parlato a lungo di Siria il
presidente americano Barack Obama e Vladimir Putin. L’uomo del Cremlino, storico e inossidabile alleato di Damasco è riuscito a distillare l’ennesimo distinguo: «Una parte del popolo siriano, rappresentato dall’opposizione armata, vorrebbe che il presidente Assad se ne andasse. Ma questa parte non è il popolo siriano nel suo complesso. Nessuno ha il diritto di decidere per
altre nazioni chi debba stare al potere e chi no. Non è importante che cambi il regime, ma che, dopo la fine del regime attraverso una via costituzionale, la violenza sia fermata». Obama si è limitato a ribadire: «Una transizione politica in Siria con Assad ancora al potere è impossibile».