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Tre Confindustrie per un euro (E la Germania contagiata)

Il limite oltre il quale neppure la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, difficilmente potrà concedersi di andare è quello dello sfascio dell’eurozona. E’ un limite tracciato chiaramente ieri a Roma, ma non nel vertice a quattro con Monti, Hollande e Rajoy, bendì nelle parole scandite in primo luogo da Markus Kerber, direttore generale della Bdi, la Confindustria tedesca, da Florence Parisot, presidente del Medef (la Confindustria francese) e da Giorgio Squinzi, numero uno degli industriali italiani. Tutti fortemente schierati in difesa dell’euro e dell’Europa. Ora, che i tre presidenti degli imprenditori, delle tre economie più importanti dell’Ue, si schierino insieme nel chiedere di andare verso gli Stati Uniti d’Europa, non è, di per se, un fatto da sottovalutare. Tanto meno il merito di ciò che hanno detto. Il quadro tracciato da Kerber fa capire il valore della posta in gioco: «Nel mondo — ha spiegato — si valuta esistano risorse private per investimenti per 170mila miliardi di euro: 17 volte il Pil della Germania. E solo una piccola parte di questi investimenti viene riversata in Europa perché i potenziali investitori hanno paura di ricevere in cambio, a fronte dei loro impegni, Deutsche Mark o altre valute nazionali. L’Europa deve dare fiducia, deve iniettare fiducia: deve garantire a chi investe che investe in un determinato mercato e che questo mercato sarà così e così…». E ancora: «Dobbiamo dire all’uomo della strada che siamo di fronte a un bivio: o ci uniamo di più o falliamo. Se l’euro si sfalda, l’Unione fallisce».

Che gli industriali della locomotiva d’Europa abbiano buoni motivi per preoccuparsi è registrato anche dagli indici che misurano la fiducia: l’indice Ifo, che misura la fiducia delle imprese tedesche, a giugno è sceso ai minimi da due anni a 105,3 punti dai 106,9 di maggio e contro attese lievemente migliori degli analisti. Un andamento preannunciato alcuni giorni fa da un altro barometro tedesco, lo Zew (fiducia del settore finanziario) crollato ai minimi da 14 anni. Segni tangibili che il contagio è arrivato a Berlino. E fanno da premessa all’asse degli industriali di Francia, Italia e Germania.

Giorgio Squinzi, presidente della Confindustria italiana: «Contro la crisi o ci salviamo tutti insieme o non si salva nessuno. L’impatto di un eventuale fallimento dell’euro sulle quattro maggiori economie — Germania, Francia, Italia, Spagna — porterebbe, soltanto nel primo anno, un crollo del Pil tra il 25 e il 50 per cento». L’asse delle tre Confindustrie — seguito dai media in misura inversamente proporzionale alla sua importanza — è andato in scena al convegno «Europa federale, unica via d’uscita?» organizzato dal Cime, Consiglio Italiano del Movimento Europeo, dall’European Council on Foreign Relations e dal Partito Radicale, con un parterre di alto profilo: Tajani, Prodi, Amato, Bonino, Moavero, Passera e, appunto, i tre rappresentanti degli industriali. Dedicato a chi ancora crede che gli Stati Uniti d’Europa non siano una bestemmia. O, per dirla con Florence Parisot, presidente degli industriali francesi: «Quale più bella ambizione da proporre ai nostri ragazzi?».