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Come ‘uccidere’ Silvio Berlusconi

Il ricambio delle élite politiche è opera difficile e contronatura. Per tutti. E in modo particolare per i partiti carismatici nati attorno ad un unico leader. Il partito conservatore britannico preesisteva alla Thatcher, e potè dunque dimetterla quando il suo ciclo politico si esaurì. Il Pdl è opera di Berlusconi come lo fu FI. Lo scorso anno, il Cavaliere indicò in Alfano il proprio successore, avviò un percorso politico interno, si disse pronto al ritiro. Ha cambiato idea. O forse no. Non è chiaro. Non è neanche chiaro quale sia la proposta politica. Di certo c’è solo che la gravità del momento richiede visione e idee forti, non «provocazioni» o «paradossi». Attorno a un’idea chiara del governo Monti, a un’idea di Europa (e di euro) e a un’idea di partito si formano oggi le identità politiche e le alleanze future. O meglio: si formerebbero, se le idee fossero, appunto, chiare. Di chiaro c’è invece solo che il Pdl non tiene più: è diviso in tre anime sempre meno compatibili. In ciascuna delle tre, però, c’è chi invoca elezioni primarie. E’ un modo garbato per spingere Berlusconi a ritirarsi o a schierarsi. Formalmente, Alfano è il leader. Per diventarlo davvero dovrebbe «uccidere il padre», ma se lo facesse il Pdl esploderebbe. Confida perciò in una separazione consensuale. Attorno a questo paradosso ruota il futuro del partito, ma anche quello del Paese.