Siria/ “Qui a Damasco dove l’orrore è la normalità”.
DAMASCO. ALL’OSPEDALE militare Tishreen le bare di legno chiaro vuote sono accatastate in un angolo di un cortile. Ogni giorno alle 8,15 c’è un corteo funebre. Ma quando i morti sono troppi si comincia alle 6. Ieri, dopo due soldati, è arrivato il momento dell’ultimo saluto al brigadier generale della sanità Ghassan Abu al-Dahab, 58 anni, padre di due figli e di una figlia. Risuonano gli ottoni. Il picchetto si irrigidisce nel saluto militare. Alle 7,30 mani ignote hanno attaccato una mina magnetica alla sua auto parcheggiata sotto casa, nel quartiere di Rukn el-Din. Maurice («Il nome è sufficiente», taglia corto) è il chirurgo ortopedico con le stellette che dirige il nosocomio: «Il brigadier generale è morto sul colpo. Non è il primo caso di questo genere. Pensi che nel liceo che si trova di fronte all’abitazione di al-Dahab gli alunni stavano facendo gli esami di fine anno». L’alto ufficiale agita un contenitore gonfio di carte e sciorina le cifre della struttura che dipende da lui, numeri che descrivono una guerra: «Ogni giorno registriamo quindici feriti in ingresso e quindici decessi, la media settimanale è di 105 martiri». Rifiuta di descrivere la situazione con il suo nome: «Non è una guerra civile. Lo sa che un paio di giorni fa sono stati individuati e uccisi due egiziani?»
SIAMO al piano terra. Qualche decina di metri più in là tentano di riprendersi le vittime in divisa di un sequestro. Sono il sergente Ziad Nahami, 26 anni, e il soldato Muhammad Shahoud, di 21. A bordo di un’auto militare stavano raggiungendo la loro caserma. Sulla strada che collega la città al sobborgo di Saknah sono incappati in un agguato di quelli che loro descrivono semplicemente come «militanti». Li hanno bendati, caricati su un’auto, picchiati per 24 ore con bastoni e cavi elettrici. Sono riusciti a svignarsela appena è calato il buio. Hanno fermato un automobilista che li ha messi in salvo.
LA CAPITALE continua a gonfiarsi di gente in fuga. Qualcuno descrive la domenica e il martedì d’inferno di Qudsaya, una municipalità ad appena dieci chilometri a nordovest da Damasco. Era vicina a una zona di villeggiatura, meta di gite sul fiume Barada. Ora la guida Riad al-Ahmad, 45 anni, un colonnello alle dipendenze del ministero dell’interno. Fa da cicerone nel
suo grande studio sforacchiato. La finestra alle sue spalle è stata trapassata da un colpo di Rpg. Le schegge hanno scalfito un muro. Un altro proiettile ha centrato una seconda finestra. Un dipendente porta un corpo di reato. Ci spiega che la granata «è stata modificata in Egitto». Al-Ahmad ripete senza particolari una storia orripilante trasmessa dal canale privato
(ma definito semiufficiale) Syrian Tv: due ragazzini, Mohammed Yazan Shamie, 15 anni, e Murhaf, 19, sarebbero stati uccisi nella loro casa perché, il fratellino di quattro anni, Bashar Rayan, imitando il padre alle manifestazioni cantava inni patriottici e canzoni per Bashar al-Assad. Un razzo è atterrato sul grande terrazzo dell’ultimo piano dopo aver sbrecciato
la parete che dà sulla strada.
NELLO STESSO edificio c’è una stazione della polizia. L’ingresso è difeso da
collinette di sacchetti di sabbia. Diversi colpi hanno centrato la facciata. Un giornalista del posto, che si è dovuto dimettere da Syrian Tv per le minacce che ha subito, sostiene che la città è divisa al cinquanta per cento fra i lealisti e l’opposizione. Gli avversari di Assad tirano da una collina
a sud dell’abitato. L’esercito risponde. Il sindaco al-Ahmad calcola che da venerdì i morti in città sono stati cinque e i feriti 40. Anche una scuola vicina al municipio mostra i danni di un attacco avvenuto, ci dicono, due settimane fa. Sul parafango di una camionetta vediamo il foro di una
pallottola. La sosta sulla piazza centrale è breve. Un ragazzino mormora all’interprete una frase brutalmente semplice: «Se scrivete a favore di Assad, siete fregati».