Siria/”Noi i sopravvissuti della città martire”. Il racconto di chi è fuggito da Homs. I ribelli da mesi sono sotto i bombardamenti.
SAIDAT ZEINAB (Damasco). «NELLA mia città, Homs, si spara senza sosta. Non me la sono sentita di andare all’ospedale per dare alla luce Abdo». Rula Ali Suleiman, 22 anni, racconta la sua storia con una misura e una compostezza assoluta. È avvolta dai veli neri, come è costume delle donne sciite. Ci riceve nella casa di un sobborgo della capitale nella quale è stata accolta con tutta la sua famiglia. Abdo non conoscerà mai il padre del quale porta il nome. È nato due mesi dopo che i ‘militanti’, così li definisce la madre, hanno fulminato l’uomo vicino al villaggio di Umm Jabah. Rula e Abdo si erano illusi che i quaranta chilometri che dividevano il piccolo paese dalla città-martire bersagliata da mesi dal fuoco delle forze di Assad fossero sufficienti a salvarli.
IL 7 DICEMBRE con una raffica di kalashnikov sparata da un’ auto i ‘militanti’ islamici hanno spezzato per sempre l’illusione della fuga verso la quiete della campagna. Cinque colpi hanno spento la vita del marito di Rula ‘colpevole’ di essersi unito, assieme al suocero, a una sorta di corpo volontario che collaborava con la polizia per evitare infilitrazioni nel piccolo centro agricolo. Il padre di Rula Alì Muhammad, 58 anni, è stato ferito gravemente durante un funerale. Malik, un cugino di 12 anni, è stato impiccato.Un giovane della famiglia estrae, rapido, un telefonino e mostra la foto del ragazzo dopo l’esecuzione, occhi socchiusi, un segno scuro e irregolare che gli attraversa il collo. In una piccola culla Abdo agita le gambe grassottelle prima di addormentarsi.
ALÌ, 27 ANNI, studente universitario e volontario dell’associazione caritatevole sciita ‘Sheik Abu Jaber’, originario di Homs, descrive una sorta di pulizia etnica: «Dalla mia città sono scappati tutti gli sciiti all’infuori dei residenti nel quartiere Abbassiya, nel quale la popolazione è cristiana e alawita». Anche i cristiani stanno abbandonando la città nella quale si combatte da mesi. Joseph Hawa, 55 anni, geologo, ha lasciato la sua casa di Hamdieh. Lavorava per il colosso mondiale delle prospezioni petrolifere ‘Schlumberger’. «Coordinavo – spiega – le trivellazioni nella zona di Deir Az Zour, avevo alle mie dipendenze anche diversi americani».
Elenca le privazioni con la sofferenza incredula di chi ha perso di colpo la serenità assieme allo status: «In novembre e in dicembre abbiamo vissuto nelle scale del nostro palazzo, il posto più protetto dai tiri. Io mia moglie Senah Haddad, e le nostre due figlie, per mesi abbiamo campato mangiando ogni giorno in quattro una sola forma di pane. Senah si è ridotta a pesare 32 chili».
JOSPEH si commuove e non riesce a trattenere le lacrime quando descrive la
postura nella quale si addormenta ogni sera la figlia di dieci anni: «Vuole coricarsi vicino a me e si protegge la testa con le braccia, come se volesse ripararsi dai colpi». Elias Zahlawi, 80 anni, parroco greco cattolico di ”Notre Dame de Damasque”, gli ha appena trovato un lavoro come addetto alla manutenzione di una scuola. Nella sua chiesa uno dei ‘suoi’ sei cori sta
provando. Il sacerdote esibisce uno studio israeliano del 1982 che vagheggiava la suddivisione della Siria in quattro cantoni: «Erano Aleppo, Damasco, un cantone alawita e uno druso». Padre Elias accarezza con gli occhi la sua corale. Una foto ha fissato per sempre sulla carta la visita
natalizia ai suoi ragazzi del presidente Bashar al-Assad e della moglie Asma. Il sacerdote si aggrappa a una realtà che pare ormai ferita a morte: «Nel coro cantano giovani cristiani e musulmani. Il coro è la Siria».