Un piccolo morso
La notte dei lunghi coltelli lascia una traccia significativa nella revisione della spesa pubblica, malgrado non possa avere impatti straordinari nei conti pubblici italiani: l’altro ieri, alla fine di un interminabile seduta del Consiglio dei ministri, il governo ha raggiunto un’intesa che prevede nel triennio il taglio di 26 miliardi di spesa della elefantiaca macchina dello Stato tra contenimento degli apparati, riduzione degli sprechi, razionalizzazione degli acquisti. I decreti, pur tormentati, hanno superato il primo esame e ora dovranno passare le forche caudine delle aule parlamentari, dov’è prevedibile ne escano con profondi cambiamenti così com’è accaduto per quasi tutti i recenti provvedimenti. Siamo dunque solo ai preliminari.
La spending review è necessaria, addirittura indispensabile se il premier Monti intende dare segnali concreti alle famiglie e alle imprese, alle quali sta chiedendo tantissimo in termini di maggiori imposte e sacrifici. E una bella indicazione arriva dalla sforbiciata alle società controllate dalla pubblica amministrazione, per le quali vengono spesi 7 miliardi l’anno, un terzo dei quali per pagare i consiglieri di amministrazione.
Quel che tuttavia pare stupefacente è lo straordinario dispendio di energie politiche e tecniche in elaborazioni e piani ricchi di distinguo e in perpetuo cambiamento, che producono norme a volte inique, spesso farraginose e di difficile interpretazione. Il dimagrimento dei costi dello Stato inciderà nel 2012 per lo 0,2% sui quasi duemila miliardi del debito pubblico, e all’incirca dello 0,5% annuo nel 2013 e 2014: il riordino è dunque imprescindibile, ma nemmeno lontanamente sufficiente. L’aggressione del debito, vera palla al piede del Paese, è altra cosa e avrà come strada obbligata l’alienazione di parte del patrimonio pubblico.
I mercati finanziari, tra incubi e ossessioni, testimoniano proprio lo scetticismo sulle capacità di «guarigione» del malato Italia e pretendono alti premi sui titoli di Stato, che costano ogni anno tra 70 e 80 miliardi. Cioè l’equivalente di tre spending review. Comprensibile quindi che gli investitori internazionali continuino a non fidarsi di noi e siano divenuti diffidenti anche nei confronti dell’Europa dei litigi dove, come in Italia, i ritardi e le incertezze della politica hanno spesso affondato speranze e buoni propositi.