Un popolo di Santi e arbitri
A VOLTE capiscono. A volte le istituzioni comprendono che il marketing territoriale si può fare in tanti modi. Per esempio scegliendo di accompagnare un arbitro, forse il più bravo del mondo, nel suo viaggio verso le Olimpiadi. Lo dico prima a scanso di equivoci, sto parlando di un amico e quindi sono ovviamente di parte. Ma Simone Santi da Città di Castello, chiamato a Londra non come rappresentante dell’Italia, ma con la maglia della Fivb (è come se uno abituato a giocare per un club finisse in nazionale, per capirci), è un personaggio che supera i confini del seggiolone dove spesso sale (e non è facile ironia, perché è anche dimagrito molto). Così, la Provincia di Perugia, che magari un giorno sarà tra quelle tagliate, intanto dimostra di aver capito come funzionano certi trucchi della comunicazione. E ha abbinato il suo logo al fischietto, che lo porterà su una felpa bianca: “Abbiamo il nostro ambasciatore nel mondo“, ha detto il presidente della Provincia Marco Vinicio Guasticchi consegnando lo stemma a Santi. Lui ha risposto così: “Dichiaro ufficialmente fin da oggi che non voglio arbitrare la finale, perché mi godrei volentieri dalla tribuna la vittoria di una medaglia d’oro della nazionale maschile o femminile di volley”. E tanti saluti alla scaramanzia. Ma capiamolo: “Ho coronato il sogno che fa ogni bambino che inizia a fare qualsiasi sport”. 42 anni, Santi ha arbitrato la finale dei mondiali maschili del 2010 a Roma, Brasile-Cuba. Oltre ad invidiarlo perché a Londra lui ci andrà, sono molto contento per lui. Se lo merita. E un arbitro testimonial non è una novità, ma culturalmente è sempre un bel segnale.