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Torna Cat Power, bella e (meno) dannata

Chitarre? No, grazie. Anzi, il giusto. Il pianoforte pure. “Altrimenti avrei fatto un altro disco alla Cat Power”, ha detto  Cat Power in persona. Gli amici le hanno ripetuto la stessa cosa con termini meno aulici. E lei, Chan Marshall (è questo il suo vero nome), c’è rimasta un po’ male. Non fa un disco d’inediti da sei anni. L’ultimo (2006) era “Greatest”. Senza hits. Erano le sue canzoni. Ora  la prova per uscire, una volta per tutte, dalla figurina della dolce incantevole cantautrice indie che sa suonare con (divina) grazia il pianoforte e la chitarra. Anche Giovanni Ribisi, dagli occhi di ghiaccio, l’attore e regista, suo boyfriend per lungo tempo, è il passato. Così come i bicchieri, rispetto a un tempo, pesano meno. Perché ora ci versa dentro soltanto acqua. Al massimo un po’ di succo di frutta. Cat Power ha tagliato – è proprio il caso di dirlo, visto il suo nuovo look tricologico – con il passato. Si è disintossicata dall’alcol, ha vinto la depressione e le tasse americane non le fanno più paura. E’ pronta per tornare in scena. E’ pronta per un nuovo disco che non ha un titolo così fantasioso: “Sun”. Ma è come quel sole che vede sempre più vicino all’orizzonte. Fuori dal tunnel. E poi in copertina ci sarà quell’arcobaleno a testimoniare che la tempesta è passata. Non è la solita Cat Power – ascoltare per credere l’anteprima di “Ruin”, il primo singolo del nuovo disco in uscita a settembre – solo per il taglio dei capelli. Ma soprattutto per la musica. Il sintetizzatore non è più uno sconosciuto. Merito – dice lei a Pitchfork – di un disco, l’ultimo, dei Beastie Boys ascoltato per radio e di un abile remixatore che risponde al nome di Philippe Zdar dei Cassius. E così il più forte antidepressivo per Cat Power è proprio questo album. Che arriva, giusto giusto, al compimento del quarantesimo anno d’età.

La sua storia, o meglio la sua saga familiare, è tipica dell’America postmoderna e Jonathan Franzen ci avrebbe potuto (tranquillamente) scrivere un libro sopra. Figlia di genitori separati, vive da bohemien a New York. Anni Novanta, lei ne ha appena ventidue. Ma conquista i Sonic Youth. Firma un contratto con la Matador, il meglio della discografia indipendente. A 31 anni, 2003, con “You are Free”, ha il mondo in tasca. Non è la Patti Smith degli anni Novanta – per quello con le dovute variazioni sul tema c’è P. J. Harvey – ma la sua “dark side” anche tra i campi fioriti (copertina di You are Free) traspare e piace. I suoi concerti non finiscono mai. Si dilunga, magari oscillando un bicchiere in scena. L’alcol è un problema. E la depressione pure. Mette la faccia anche nel film “Un bacio romantico”. Ma deve comunque curarsi e disintossicarsi dall’alcol. Finalmente, sei anni dopo è tornata, spegnendo alle spalle tutti i problemi. E questa è una di quelle cose che può chiamarsi buona notizia.