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Il glossario della crisi

SPREAD? E chi lo conosceva sino al maggio dello scorso anno quando l’agenzia Standard & Poor’s declassò l’Italia facendo scattare il rialzo forsennato dei rendimenti. Sino a quel momento si parlava al massimo di rendita del Btp italiano rispetto al Bund tedesco, ma dal punto di osservazione del risparmiatore: il bond tricolore rendeva un paio di punti in più al portafoglio di famiglie e imprese, quindi sembrava più appetibile. Ora la prospettiva è opposta, lo spread definisce soprattutto il costo dello Stato per onorare il proprio debito, quindi è diventato il termometro della febbre di una nazione.
Se il linguaggio esprime lo spirito di un popolo, come vuole la scuola romantica, allora quello degli italiani rispecchia oggi le sue principali preoccupazioni: disoccupazione crescente, pressione fiscale soffocante, incertezza delle prospettive. Vent’anni fa il Belpaese di Mani pulite dissertava sul finanziamento pubblico dei partiti, su chiamate di correo, corrotti e concussi. Non che la situazione sia cambiata molto, ma il dominio lessicale è passato alla terminologia anglosassone della finanza padrona del mondo nell’era del crac di Lehman Brothers, del contagio della crisi finanziaria alle fabbriche e tra le mura di casa, fino all’esplodere del debito degli Stati.

 Di uso comune è diventato il rating, vale a dire il giudizio di una agenzia specializzata sulla capacità di una società e di uno Stato (o di uno strumento finanziario) di ripagare i propri debiti: in fondo anche le banche appiccicano a ciascuno di noi una specie di rating. Quando si possiedono buone entrate e immobili si viene collocati in una sorta di tripla A che permette il tranquillo accesso al prestito, in caso contrario si abbassa la «pagella» e di conseguenza il fido. Con debiti e difficoltà nei pagamenti si finisce in B (come la Spagna), oppure ancor sotto se proprio non si paga, come la Grecia.

 Lo stesso pluricitato Pil, sta espandendo la propria influenza: da complesso dato contabile della ricchezza prodotta nel paese a indicatore della «felicità» di una popolazione. Le valutazioni non sempre coincidono: una coda in auto incide positivamente sul Pil (si spende di più in carburante), non sull’umore e sul benessere.

Per ultimo l’indice della volatilità, trasformatosi negli anni della crisi in indicatore della paura: segnala le fluttuazioni estreme dei mercati finanziari e da oggi sarà osservato speciale in una estate che si prevede drammatica. Però è bene ricordare che forse cambierà il mondo ma anche questa crisi prima o poi finirà. Come tutte le altre.