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La violenza delle parole

UN ERRORE pensare di essere immuni dall’orrore che ha provocato l’ennesima strage di innocenti a Denver. La violenza si genera non solo liberalizzando il mercato delle armi, ma anche attraverso l’uso scellerato delle parole.
In un Paese esasperato dalla crisi, gli slogan coniati ad arte da chi non si rassegna al declino e continua a cavalcare il luogo comune per far breccia nell’ignoranza è complice del clima di odio e di intolleranza che può trascinarci nel baratro.

SONO ancora vivi i valori che rendono immune l’Europa dalla folle deriva che ciclicamente macchia di sangue gli Stati Uniti, ma preoccupanti segnali sono la prova evidente della trasformazione in atto. Un cambiamento generato non solo da un modello di società che si ispira a quello statunitense, riprononendo miti e aspirazioni comuni a tutte le società globalizzate, ma anche da chi semina odio a buon mercato.

CERCARE di ritrovare consensi tra la gente comune continuando a far leva su slogan ad effetto può solo contribuire a convincere menti malate della bontà delle loro idee, alimentando sfiducia e sospetti. Parlare di “Stato mafioso”, come ha fatto Bossi, è rendersi responsabili di ogni eventuale nuovo atto scellerato contro le istituzioni. Il che non significa dover assistere a qualcosa di simile a quanto accaduto a Denver, anche se la bomba di Brindisi è frutto della stessa contagiosa follia, ma finire comunque per alimentare la disubbidienza civile. Corrisponde a legittimare l’evasione fiscale, in un Paese anche per questo motivo tartassato più di qualsiasi altro, nonché l’uso di un linguaggio violento che finisce per inasprire i conflitti nella vita di tutti i giorni, minando i rapporti interpersonali, trasformando le divergenze di pensiero in risse non solo verbali.

D’ALTRONDE se si afferma che lo Stato è contaminato dalla mafia e si insinua il sospetto che anche il Presidente è coinvolto nel gioco, cosa si può pretendere dal signor nessuno che ogni giorno combatte la propria dura battaglia? Sarebbe ora che anche i movimenti della cosiddetta opposizione, nel disperato tentativo di risalire la china, mettessero da parte il loro caustico stile, in primo luogo per evitare di far cadere il Paese sempre più in basso.

ugo.cennamo@ilgiorno.net