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Nulla è come sembra, neanche Monti

Nulla è come sembra, sotto i cieli della politica. Mario Monti è il premier che tutt’Europa ci invidia, ma dopo otto mesi di governo ed altrettante riforme «strutturali» l’Italia si ritrova esattamente nelle condizioni in cui la lasciò Silvio Berlusconi: mercati scatenati, spread a 537, nessuna certezza su come uscire dalla crisi. Il Senato con i soli voti di Pdl e Lega approva il semipresidenzialismo, ma sappiamo che la riforma non vedrà mai la luce e che servirà solo a dare un barlume di credibilità politica alla campagna elettorale di Berlusconi e Maroni. Tutti dicono di volere una nuova legge elettorale, ma gli obiettivi divergono. Berlusconi sa di perdere e vuole un sistema per cui nessuno vinca: spera d’essere lui, dopo il voto, il mazziere che darà le carte di un nuovo governo fondato su larghe intese. Bersani pensa invece di vincere, e dunque vuole un premio di maggioranza. Ma per non correre i rischi legati a una trattativa post-elettorale chiede che ad essere premiata sia la coalizione, non il partito. Intende infatti allearsi con Vendola, fingendo di non sapere che il prossimo governo dovrà inesorabilmente incamminarsi sulla strada tracciata da Monti e da Draghi, che Vendola, contrario anche al fiscal compact, accusa di fare «macelleria sociale». Qualora poi una nuova legge elettorale vedesse la luce entro il 10 agosto, secondo molti — molti davvero — si andrà di conseguenza ad elezioni anticipate. C’è già la data: 4 novembre, Festa dell’Unità nazionale. Non elezioni traumatiche dovute a una crisi di governo, ma elezioni concordate e di conseguenza «pilotate» nell’interesse del Paese. Un’illusione. Eppure, ad accreditare oggi gli effetti benefici di un ricorso anticipato alle urne sono gli stessi che otto mesi fa sostenevano che andare al voto sarebbe stato «un suicidio». Prima si diceva che le elezioni anticipate avrebbero scatenato i mercati, oggi si dice che i mercati sono scatenati perché elezioni troppo lontane nel tempo e dagli esiti imprevedibili alimentano «l’incertezza». E’ la tesi di Mario Monti, ma non sta in piedi. E non solo perché sia in Grecia sia in Spagna si è votato, e abbiamo visto come è andata a finire. Si dice: il problema è che con elezioni siciliane ad ottobre e quelle politiche ad aprile i partiti in generale e il Pdl in particolare non collaborano già più col governo, perciò prima si vota meglio è. Sarà, ma oggi i partiti che sostengono il governo occupano l’85% dei seggi parlamentari e tutti i sondaggi dicono che, se si votasse, l’attuale maggioranza ne uscirebbe assai indebolita. Cosa direbbero allora i mitici mercati? L’impressione è che ai mercati del rigore italo-tedesco e delle singole riforme approvate dai governi nazionali interessi poco o nulla. Eppure, Monti ha sostenuto il contrario. E la campagna giornalistica pro elezioni anticipate avviata dal Corriere, per una volta in armonia con Repubblica, nasce proprio dalle sue parole sull’«incertezza» degli investitori. E allora, se l’obiettivo sono davvero le «generazioni future», Monti ha solo una strada: presentarsi con una propria lista alle elezioni prospettando un governo monocolore montian-europeista. Mettersi in gioco, correre un rischio nell’interesse del Paese. Troppo comodo puntare al Quirinale grazie al voti dei tanto vituperati partiti politici…