Un Paese impossibile
C’È BEN POCO da brindare per la sospensione dell’Area C. Favorevoli e contrari alle auto in centro a Milano dovrebbero prendere atto che in Italia è impossibile introdurre provvedimenti di qualsiasi natura senza dover fare i conti con un atteggiamento mirato all’ottusa conservazione dello stato delle cose. Inutile ipotizzare un rinnovamento di qualsiasi natura dal momento in cui non si accetta di adeguare le nostre consolidate abitudini.
UN COPIONE che si ripete. Ogni volta in cui si tenta, anche con coraggio, di introdurre una qualsivoglia novità, finendo per scontentare qualcuno, prevalgono l’insofferenza agli obblighi e ai divieti nonché l’idea di poter determinare le regole del gioco senza porsi il problema del rispetto delle esigenze del vicino. Oggi lo è per l’Area C, domani può accadere per lo smaltimento dei rifiuti o per la realizzazione della linea per il Tav. C’è sempre qualcuno pronto a insorgere, a far ricorso, in definitiva ad aggrapparsi alla burocrazia alla quale non riusciamo a rinunciare. Non si dà tempo al tempo. Tutto e subito, il pensiero dominante, vietato rassegnarsi a qualsiasi scelta «piovuta dall’alto».
Poco importa se, come nel caso di Area C, la maggioranza dei milanesi alle ultime elezioni amministrative si è espressa a favore della chiusura del centro storico. Così la classe politica, che dovrebbe governare e quindi scegliere, si dedica all’arte della mediazione. Una pratica che consente alla Casta di vegetare perpetuando uno sterile immobilismo. I leader, timorosi di perdere consensi, finiscono per fare ben poco o addirittura nulla, allargando le braccia quando qualcuno dovesse loro addebitare di non aver messo in atto quelle riforme del sistema per le quali erano stati votati. Inutile invocare il rinnovamento, quando la società è paralizzata dalla paura di cambiare. Per questo anche i mercati soffrono e l’economia stenta, perché prevale l’idea che anche le prossime elezioni possano risultare inutili ai fini di una reale trasformazione del sistema.
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