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Nelle città violente la gente perbene convive col terrore

NON PUÒ finire così la storia del signor Giuseppe, emigrato 40 anni fa dalla provincia di Agrigento, una vita da metalmeccanico per arrivare finalmente a conquistare la pensione. Un giorno che avrebbe dovuto essere uguale agli altri, con la sua bici se ne stava tornando a casa dove ad aspettarlo c’è sempre stata la signora Cettina, la stessa che adesso attende fiduciosa nell’atrio del Niguarda nonostante i bollettini medici non siano incoraggianti. D’altronde lei sa quanto sia forte il suo Giuseppe, un uomo che ha saputo costruirsi la vita partendo da zero. Una famiglia perbene, come tante ce ne sono a Milano, arrivate quando al Nord si andava per cercare un lavoro e lo si trovava. Una società che sembra lontana anni luce da quella disperata dove i balordi popolano i quartieri, concentrandosi vicino alle stazioni, dove si viene e si va senza problemi. Gente che incrociamo, a volte compatiamo, spesso evitiamo. Ma può capitare come al signor Giuseppe che si è trovato a tu per tu con il rapinatore lungo una rampa che fiancheggia una strada trafficata. Luogo ideale per un’aggressione. Forse Giuseppe ha reagito, forse non ha nemmeno fatto in tempo ed è crollato a terra nel giro di pochi secondi. Alla fine l’esercito dei violenti che non attribuisce alcun valore alla vita ha vinto ancora. E la gente perbene, che si trova impotente e indifesa, non può far altro che affidarsi al destino sperando di evitare certi incontri, affinando le proprie deboli armi dovendo convivere con il terrore.