Schwazer, il migliore spot contro il doping
Il più efficace spot contro il doping mai trasmesso da una tv. La conferenza stampa di Alex Schwazer, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino nella 50 chilometri di marcia, e oggi dopato pentito, racconta meglio di mille convegni, analisi, riflessioni, dibattiti pubblici, la triste parabola di chi decide di barare: nello sport e nella vita.
Il pianto dirotto del marciatore italiano, le mani allungate sul viso a nascondere la vergogna, il racconto delle tre terribili settimane vissute in compagnia del doping sono il calvario personale di un uomo di 28 anni che somiglia a un bambino sperduto, solo, deluso da se stesso e dal mondo che lo circonda. La solitudine e la vergogna sono i sentimenti dominanti in un percorso che spinge Schwazer fino ad Antalya, in Turchia, per procurarsi l’epo, seguendo le indicazioni trovate su internet. 1500 euro, tre giorni di viaggio solitario e poi il rientro in patria, le iniezioni che arricchiscono di ossigeno il sangue, ma anche la paura che ti entra nelle vene. La paura di parlare a chiunque, i silenzi con l’allenatore Didoni, le menzogne con la compagna Carolina Kostner, campionessa di pattinaggio, le bugie con i genitori.
E poi il terrore dei controlli a sorpresa, le mille sveglie nel cuore della notte, temendo l’arrivo degli ispettori dell’antidoping. Poi il fisico che non risponde come dovrebbe, la gara dei 20 km che salta all’improvviso, l’atroce sensazione di sentirsi un traditore: degli affetti più cari, dell’atletica e soprattutto di se stesso.
Chi oggi ha deciso di drogarsi, solo o con l’aiuto degli stregoni del doping, riascolti le parole di Schwazer, guardi la sua faccia stravolta, riviva con lui quelle settimane di buio e di paura, e deciderà di cambiare strada. Quando la squadra antidoping lo ha incastrato, in casa dei genitori, Alex ha provato quasi un senso di liberazione: la sua carriera di atleta era finita, ma anche la sua schiavitù al demone del successo ad ogni costo.
L’insegnamento che deriva dalla vicenda Schwazer ha valore doppio: è un monito contro il falso mito del doping ma anche un richiamo severo contro il campionismo ad ogni costo, contro un’esasperazione che trasforma lo sport in una corsa sfrenata verso il successo, la ricchezza e la popolarità. A scapito di ogni regola e dei più alti valori umani.