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Il deserto industriale

FERMARE l’avanzata del deserto industriale. Il segno meno del Pil per il quarto trimestre consecutivo e il crollo della produzione industriale giustificano l’allarme per il futuro nonostante l’Italia rimanga la seconda forza manifatturiera d’Europa e la parte centro settentrionale del Paese marci alla velocità della Baviera. Ci sono aziende d’eccellenza che, nel loro settore — dalla meccanica al packaging, dalla ceramica al lusso — sono prime al mondo e hanno imparato come si vince sul mercato globale. Imprese che esportano oltre metà della loro produzione e sono il paracadute di un paese stretto nella morsa dell’austerità. Sono un pezzo di paese migliore di quanto sostengano le agenzie di rating, ma la loro capacità di competere è sempre più intaccata dalla crisi dei debiti sovrani che sta amplificando i mali storici dell’Italia. Sostenere queste imprese, chi compete e ancora vince, è la priorità per fermare l’avanzata del deserto. Altra cosa è attraversarlo. E richiede tempi lunghi che ora non possiamo permetterci. Mai come in questa epoca, però, la cura dei mali europei e italiani coincide con i bisogni delle aziende. Non è un caso che il mondo delle imprese abbiano firmato un vero e proprio manifesto per gli Stati Uniti d’Europa.

IL DIFFERENZIALE di rendimento tra Btp e Bund pesa non solo sui conti pubblici ma anche sui finanziamenti alle imprese. Il costo che paga lo Stato italiano per piazzare i titoli di Stato influisce anche su quanto mercato e banche chiedono per prestare denaro: un’impresa italiana e una tedesca pagano cifre molto diverse per finanziarsi. Di fatto un’oggettiva concorrenza sleale tra paesi soci dell’Ue. Calmare lo spread, in sostanza, è ossigeno per le imprese. Tanto di guadagnato, poi, se al calmante l’Italia contribuisse con l’annuciata fase due a base di tagli di spesa e, quando sarà possibile, con la riduzione della pressione fiscale su imprese e lavoro.
MA ARGINARE l’avanzata del deserto è un conto, attraversarlo è un altro: impone di parlare di politica industriale a livello europeo. Del ruolo che la Germania dovrebbe e potrebbe assumersi se solo guardasse un po’ oltre la rendita di posizione di cui ora gode e che inizia a scricchiolare. Anche la locomotiva tedesca — e non è una buona notizia — sta tirando il freno: calano produzione ed export (come in Francia) e i tedeschi iniziano ad annusare l’aria di recessione. Basterà a convincere la cancelliera Merkel che da sola non può andare lontano?
IL RESTO sono le solite cose, fotografate ieri sia da un rapporto di Mediobanca che da Confcommercio: il primo scatto spiega, per esempio, che in Italia a investire in un’impresa si guadagna meno che a investire in Btp. Il secondo scatto, realizzato su dati del World Economic Forum e della Banca Mondiale, dice che l’Italia è ai primi posti al mondo per la diffusione di pagamenti irregolari e di tangenti, maglia nera per la burocrazia, scarsa qualità e inefficenza nei servizi pubblici. Tutto noto: malattie, rimedi e prediche. Voci nel deserto (non solo industriale).