Oggi, un anno fa.
Un anno fa. Qualcosa vorrà pur dire.
Un anno fa c’era un falò, il primo che avessi mai respirato. È incredibile, continuavo a ripetermelo. Non c’è benedetta gioventù che non abbia visto un falò in una notte di mezza estate. Per questo avevo accettato senza pensarci, nonostante fossi sola, in quella sera di stelle e birre ammassate in una buca scavata nella sabbia. E allora avanti ad ammiccare alle risate grasse e ai brindisi accavallati. Senza un motivo.
Un anno fa c’erano i fuochi d’artificio, una maglietta verde e i jeans corti. C’erano il mare scuro, gli schiamazzi dei truzzi vicini, le zanzare che non lasciavano tempo per pensare, i piedi affondati cercando di dimenticare l’umidità che correva su per la schiena. C’ero io, piena di speranze e di voglia di stare lì. A tutti i costi.
Ferragosto non aveva mai significato tanto. Ferragosto era un giorno come un altro. Di quelli che di solito vivono i normali. Così li chiamo. Tutti gli altri. Quelli che l’esistenza sanno pianificarla, progettarla, disegnarla.
Poi è arrivata quella telefonata. Ti porto via. L’alba aspettata rannicchiati su un balcone a raccontarsi la vita a spanne grossolane. Occhi silvani contro occhi a palla. Più silenzi che parole. Che a volte proprio non servono. Le tapparelle abbassate sul giorno che viene, a recuperare poche ore di sonno. Il sorriso spalancato di uno appena conosciuto. Che però lo sai, lì nel profondo, che tanto sconosciuto non è. Non lo è stato.
Oggi, un anno fa, hai trovato la chiave.
Oggi, un anno fa tutto è cominciato davvero. E forse non ti ho mai ringraziato abbastanza.