Scorte e lampeggianti come pennacchi del potere
Banchieri, top manager, finanzieri: non c’è potente romano che non abbia quantomeno un bel lampeggiante sull’auto di servizio. Ottenerlo è facile, basta scriversi una lettera minatoria curandosi solo di non firmarla. L’autorizzazione del Viminale è quasi automatica. Duplice il vantaggio: essere riconosciuti a colpo d’occhio come membri dell’élite; raggiungere il ristorante alla sera senza seccanti ritardi dovuti a traffico o semafori. Il problema, più ampio, delle scorte e del loro abuso va letto in questa chiave. L’agente di scorta viene esibito come un privilegio del potere, una conferma dello status, un pennacchio. E infatti la legge prevede per le sette massime cariche istituzionali il massimo della protezione. Anche se non corrono alcun rischio. E’ questo l’assurdo. E’ assurdo, ad esempio, vedere due poliziotti (che con i turni fanno otto) sciogliersi al sole d’agosto sotto la casa di Carlo Azeglio Ciampi mentre l’ex premier se ne sta sereno al mare. E quando arriva vederlo sfrecciare con scrota al seguito. E quando la moglie Franca («ciao Franca», il puntuale saluto del pescivendolo) faceva la spesa al vicino mercato di piazza Crati, notare al suo fianco il solito agente con le buste di plastica in mano. Non è colpa di nessuno, naturalmente. E’ la legge che è sbagliata. Ma è sbagliata perché ispirata da una filosofia precisa. In nessuna capitale europea attorno ai Palazzi del potere si vedono tante garritte comprensive di tutore dell’ordine. E in occasione delle cerimonie ufficiali se c’è il carabiniere sull’attenti dev’esserci anche un poliziotto. Ma vogliamo forse umiliare la Guardia di finanza? Giammai! Eccoli dunque tutti e tre schierati onorare la divisa che vestono, mentre in strada l’unico lampeggiante è quello d’un banchiere affamato.