Billy Joel, provaci ancora
L’ispirazione, una cometa. A volte passa un attimo. E poi aspetti che torna. E magari non la vedi più. No, non sono rincretinito (almeno non più del solito), è solo che in un attimo (fugace) di quiete sto ascoltando un vecchio album di Billy Joel. E mi chiedo: che gli è successo? Dov’è andato a finire? Me lo immagino grassoccio, calvo, con un bicchiere di scotch in mano; ha 63 anni, camperà di diritti d’autore che gli serviranno anche, immagino, per gli alimenti delle tre mogli da cui ha divorziato.
Personalmente ho adorato Billy Joel, a lungo, credevo avesse trovato la pietra filosofale del pop-rock. Non ha sbagliato un disco per anni. Certo, la sua era musica leggerina, non impegnata, ma lui sapeva dipingerti l’America degli anni 70, 80 in maniera piacevole. Intendiamoci, non è nè Dylan, nè Waits nè Springsteen: ma accidenti che belle canzoni sapeva scrivere col suo pianoforte, fra malinconia, sentimento ed esuberanza. I suoi dischi li ho quasi tutti (ho smesso di comprarli quando era chiaro che gli si era spenta la luce). Iniziò al piano bar e i suoi primi album passarono inosservati. E fu un peccato, erano grezzi ma deliziosi. ‘Cold sping harbour’, ‘Piano man’, ‘Streetlife serenade’ e ‘Turnstiles’, brulicanti di canzoni d’amore, d’avventura, di vita quotidiana. Il successone arrivò quando Billy giocò a fare il ruffiano: era il 1977, la disco music imperversava, lui si inventò ‘The stranger’ con la ballad più romantica che non si può, ‘Just the way you are’ (anni dopo ne fece una versione baritonale il povero Barry White), ma tutto il disco era buonissimo, come sempre un mix fra melodia, fiati e pianoforte con un altro pezzo dolcissimo come ‘She’s always a woman to me’. Era l’apice? No.
L’anno dopo arrivò ’52nd street’, un po’ jazzy, non male, con l’hit ‘Honesty’: seguirono due dischi, l’onesto ‘Glass houses’, molto molto rock, e ‘Songs from the attic’ un album live sorprendente. Infatti con una scelta originale, anche controcorrente, Billy racchiuse in un doppio disco dal vivo le canzoni della prima fase della carriera, quando nessuno se lo filava. La copertina diceva tutto, lui che con una pila andava in soffitta, come a riscoprire il suo passato: un album meraviglioso. Dopo un lavoro interlocutorio, ‘The nylon curtain’ (ma non brutto, ‘Goodnight Saigon’ è struggente), ecco il botto: 1983, ‘An innocent man’, un inno al rhyhtm and blues. Sì certo, c’è ‘Uptown girl’ col video con la moglie, la diva Christie Brinkley dalle gambe da trampoliere, ma come trascurare ‘Tell her about it’, talmente travolgente che pare schizzata fuori da un film dei Blues Brothers. E ‘The longest time’, musica solo con lo schioccare di dita, ancora ‘Leave a tender moment alone’ con l’armonica di Toots Thielemans. Mai più Billy sarebbe arrivato così in alto. Anche se dall’album ‘Bridge’ nel 1986 sarebbe piovuta ‘This is the time’ , usata come sigla della soap opera ’Sentieri’, ma come diceva il sommo Enzo Bearzot, la melassa soffoca. Da allora Billy non ha più combinato nulla e son passati ventisei anni segnati da appena 4 trascurabilissimi cd in studio e una marea di album live autocelebrativi. Lo immagino sedersi davanti a un pianoforte, accarezzarsi il pizzetto ingrigito e poi dirsi: ‘Forza Billy, proviamo a scrivere una canzone, una di quelle belle come una volta’.