Quando Marchionne era “socialdemocratico”
Firenze, anno 2007, sul palco dell’ultimo congresso dei Ds troneggia lo slogan «Una forza grande come il futuro». L’evento è un pro forma, tutto è già scritto. Gli interventi si succedono pigramente nella consueta disattenzione generale, quando in un afoso pomeriggio di fine aprile la nomenklatura diessina viene attraversata da un fremito. «Sta arrivando», sussurrarono all’orecchio del segretario uscente in attesa di riconferma, Piero Fassino. Fassino guarda Chiamparino, Chiamparino guarda D’Alema, D’Alema si guarda le scarpe e tutti assieme si alzano per dirigersi a piè veloce verso l’uscita. Un istante dopo, nel parcheggio del Mandela Forum fa il suo trionfale ingresso una Jaguar. Ne scende Sergio Marchionne, da meno di tre anni amministratore delegato della Fiat: è lui l’ospite d’onore, è lui il garante della transizione dei Ds in Pd, è lui il nuovo idolo della sinistra alle prese con una difficile metamorfosi e perciò più che mai bisognosa di alte sponde nell’Italia e nel mondo che contano.
Marchionne sta al gioco. Sul Corriere della Sera pubblica un intervento scaltro («Marpionne», l’ha non a caso ribattezzato il sito dagospia) dove parla di «responsabilità sociale», afferma che è dovere di «una società liberale sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento», mostra di rispettare «la forte coscienza sindacale» italiana, dice che il modello economico americano «non è auspicabile». Un trionfo. Fassino chiede e ottiene un’intervista di replica: «Pronto ad allearmi con Marchionne, lui sì che è un vero socialdemocratico», è il titolo. E se non è proprio un socialdemocratico, di certo «è un grande» come dice senza timor di smentita l’allora premier Romano Prodi. Incredibilmente, Massimo D’Alema sottoscrive: «Ho sempre pensato che il destino della Fiat fosse quello di una forte internazionalizzazione… Marchionne lo sta facendo nel modo migliore». Sembra un miracolo, per una volta la sinistra appare davvero unita, parla con una sola voce e lo fa non per demonizzare bensì per esaltare un uomo e un progetto.
Il leader di Rifondazione comunista, nonché presidente della Camera, Fausto Bertinotti si lascia dunque prendere dall’entusiasmo. Dice che Marchionne gli «piace» perché è «un borghese buono» (c’è speranza per tutti, allora) e che il suo discorso meriterebbe di essere «pubblicato su Liberazione». Il massimo. Perfino Marco Rizzo, figlio di un uomo che per 37 anni ha lavorato alla catena di montaggio in Mirafiori, si sente in dovere di ammettere che «una certa inversione c’è stata». Non una svolta ad U, d’accordo, ma una certa inversione non la si può proprio negare. La stampa borghese (quella «cattiva») registra con stupore la novità. La portavoce di Bertinotti, Ritanna Armeni, si stupisce dello stupore: «C’è un manager che dice che licenziare non va bene. Non vedo perché non dobbiamo essere d’accordo: solo perché a dirlo è un “borghese”?». Enunciazione ineccepibile: ottimo, perché libero da pregiudizi, il metodo; magari sul merito un po’ d’entusiasmo in meno avrebbe evitato brutte figure e bruschissimi risvegli.