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Auguri Baffo Mazzola, 70 anni di gloria e un gol memorabile

La sera dell’8 dicembre 1966 me ne sto sul divano di casa con tutta la tribù: padre, madre e sorella. In Tv c’è l’Inter che gioca in Coppa campioni contro il Vasas di Budapest. Il calcio l’ho scoperto da poco con i mondiali inglesi, la Corea di Fabbri, l’infortunio a Bulgarelli. Mia sorella Tiziana tifa Inter in modo sfegatato, io amo il Bologna ma ho perso la testa per Baffo Mazzola. Proprio lui, Sandrino, il figlio del grande Valentino, morto nel rogo di Superga.

Il divano è verde bottiglia e il tessuto che lo ricopre pizzica come l’erba del prato. Sto seduto con le gambe incrociate, sussultando ad ogni contropiede dell’Inter. Nella partita di andata Herrera e i suoi guerrieri hanno faticato a piegare gli ungheresi (2-1) e adesso il Vasas è convinto di fare un sol boccone dei nerazzurri, sfruttando il fattore campo. Ma al minuto 40 del primo tempo un extraterrestre si materializza in campo. Mazzola riceve palla sulla trequarti, supera in velocità due difensori, fa fuori il portiere in uscita, dribbla il terzino sinistro al limite dell’area piccola, poi converge verso il centro dove il portiere magiaro è tornato fra i pali, ancora una finta d’anca e poi il sinistro nitido che infila l’angolo opposto. Urlo belluino, divano semisfondato, e lacrimoni del babbo che non resiste alle emozioni forti. Perfino Carosio perde l’abituale aplomb e dopo sei consecutivi, ”Mazzola, Mazzola, Mazzola, Mazzola, Mazzola, Mazzola”, può urlare finalmente: ”rete!”.

E’ un gesto che entra di diritto nella leggenda del calcio, una prodezza memorabile che consacra Sandrino fra i grandi sempre, tanto che ancora oggi quello di Mazzola al Vasas è considerato il gol più bello nella storia della Coppa dei campioni.

E’ un piacere ricordarlo alla vigilia del settantesimo compleanno di Sandro, il baffo elettrico del calcio italiano, l’eterno rivale di Rivera, il centrocampista trasformato in bomber da Helenio Herrera e poi di nuovo mezzala di punta e perfino ala destra nell’ultima nazionale di Valcareggi, per farlo coesistere con Rivera.

Fra Sandro e l’abatino rossonero con la erre moscia ho sempre preferito Mazzola. Era un po’ come paragonare Batman a Superman. Rivera aveva avuto dalla natura il dono del genio calcistico, Mazzola si era costruito da solo a furia di interminabili sedute tecniche e atletiche. Apparentemente gracile, aveva una forza nervosa straordinaria, una tenacia da scorpione, una capacità di applicazione quasi religiosa. E sul campo sapeva sposare tecnica e velocità, proponendosi come giocatore eclettico e dunque modernissimo, in netto anticipo sui tempi.

Un altro celeberrimo gol segnato alla Svizzera, con la maglia azzurra, riappare nei fotogrammi della memoria. Mazzola palleggia per sei volte consecutive con piedi e ginocchia al limite dell’area elvetica e poi scarica in porta il destro. La sua corsa festante, con le braccia appena alzate e il sorriso tra i baffi, è quasi un marchio di fabbrica collaudato negli anni della grande Inter di Herrera e ritrovato, inaspettamente, in età matura con lo scudetto in rimonta firmato dai veterani nerazzuri sotto la guida di Robiolina Invernizzi.

Campione d’Italia, d’Europa e del mondo con l’Inter, campione continentale con la maglia azzurra nel 1968, Mazzola fallì solo il traguardo del mondiale messicano del ’70, reso celebre dalla mitica semifinale Italia-Germania 4-3. Quello che tutti ricordano come il mondiale della staffetta con Rivera, resta nella memoria collettiva come un pilastro della cultura sportiva italiana. E Sandrino merita un ruolo di primo piano in quell’impresa per la disponibilità al sacrificio, la capacità di aiutare a centrocampo, la versatilità. I gol del Brasile nella finalissima e i sei minuti concessi da Valcareggi al ”nemico” Rivera hanno monopolizzato i ricordi. Ma il Baffo di Sandro lasciò il suo marchio sul mondiale di Messico ’70 e nel nostro cuore.