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Così dico no alla violenza

PREMETTO e ribadisco: un conto è trovarsi a dover scegliere se intervenire per fronteggiare una situazione potenzialmente a rischio, un altro è esprimere un giudizio a cose avvenute. Nell’editoriale di domenica scorsa (che ha suscitato un dibattito che trovo estremamente interessante) l’ho sottolineato a chiare lettere. Inoltre è evidente che ognuno di noi agisce secondo coscienza (la propria) e non perché considera più o meno opportuno comportarsi in un modo anziché in un altro. Da giornalista, ma anche da uomo che vive nella società e quindi si trova e si è trovato a dover fronteggiare situazioni simili, credo di poter affermare come la penso, soprattutto in un editoriale e non in un resoconto che si limiti a riportare lo svolgersi dei fatti. E vengo al punto. Pur sapendo dei rischi che si corrono in situazioni come queste (un uomo picchiato da altri nel caso specifico), il mio istinto mi porta a fermare le violenze o almeno a provarci. Non necessariamente buttandomi nella mischia, ma ad esempio cercando di alzare la voce per far sentire la presenza di qualcuno che non è intenzionato a voltarsi dall’altra parte. Può non essere sufficiente, ma per esperienza posso dire che quando l’ho fatto (mi è capitato a dire il vero in due sole occasioni quindi non è di certo un campione statistico sufficiente a poter dire che è giusto comportarsi in questo modo) ha funzionato. Di certo, pur essendo un giornalista, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di mettermi a filmare con un telefonino. Questo lo farei se mi trovassi a dover svolgere il duro lavoro del reporter, ma anche in questo caso saprei sempre che in certe situazioni (soprattutto se si tratta di salvare una vita umana) è bene mettere da parte la professione per lasciare spazio all’uomo. E in quanto tale non avrei un dubbio: farei di tutto per fermare il massacro, a costo di rimetterci la pelle.

ugo.cennamo@ilgiorno.net