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Maschi contro femmine all’americana

Stavo per mettere un altro titolo, perché mentre pensavo alla storia che sto per raccontarvi, mi ronzava in mente un verso di Stefano Benni, che dice ‘Nero non suonare per i bianchi’. Pensavo di mettere ‘uomo non giocare con le donne’, ma mi sembrava troppo da romanzo Harmony. Quindi ho virato su qualcosa di più attuale, visto che in Italia il cinema ha trasformato il volley nell’occasione per fare da sfondo a due film abbastanza leggerini. Negli Stati Uniti la questione diventa come sempre un po’ più ‘ideale’, nel senso dei valori. Un popolo che vive quotidianamente sulla propria pelle il significato di termini come razzismo e sessismo non poteva restare indifferente a una storia che, per quanto strana e indubbiamente singolare, pone dei problemi secondo me più importanti di quanto appaia in superficie. Ed è già diventata una battaglia di civiltà.

E’ LA STORIA di Jenson Daniel, un diciassettenne che sta affrontando tutti i gradi legali (ha perso il primo appello) pur di continuare a giocare nella squadra femminile della sua scuola, la Yonkers, nello Stato di New York. La Cbs ne ha parlato qui, io vi riassumo brevemente una vicenda che va avanti da oltre un anno. Jenson è alto 1 metro e 80, pesa 65 chili e vorrebbe giocare a pallavolo. Solo che nella sua scuola non ci sono squadre maschili. C’è solo quella delle ragazze. L’anno scorso l’hanno aggregato a quella, e ha giocato anche cinque partite ufficiali. Non deve essere un fenomeno, se la sua squadra ne ha vinte tre e perse due.

Bravo o scarso che sia, il problema per il momento non si pone più. Perché da quest’anno a Jensen è stato vietato di fare parte della squadra femminile. Ufficialmente perché è troppo forte: per dimostrarlo, gli hanno fatto sostenere test fisici per misurare i suoi risultati nel salto in lungo, nella corsa sulla distanza del miglio e mezzo, nella forza (tenendosi appeso con le braccia alla sbarra). In base a questi risultati, lo Stato di New York ha deciso che non può competere con le ragazze. Il problema è che la squadra maschile più vicina è a oltre due ore di macchina. “Giocare a pallavolo nella squadra femminile è meglio che non poter giocare per niente”, racconta Beverly Oden nel suo blog. Citando anche un articolo della legge americana sulla pubblica istruzione, il Title IX dell’Education Amendments, che fin dal 1972 specifica che ‘nessuna persona potrà vedersi negato sulla base della discriminazione di genere il diritto a partecipare a eventi o luoghi sostenuti con fondi pubblici’. E aggiungendo una cosa che secondo me è il centro di tutta la vicenda: pur essendo tutto tranne che effemminato,per giocare insieme alle sue compagne questo ragazzo sta ricevendo insulti e derisioni di ogni tipo, quando va in campo. Il web non è stato da meno, regalandogli una collezione di soprannomi offensivi lunga come l’elenco telefonico di Tokyo. Eppure va avanti nella sua battaglia, perché vuole giocare a pallavolo: “Non lo faccio per me, ma per i ragazzi che devono ancora venire”, dice Jensen. Non conto niente, ma io sto dalla sua parte.