Crisi Medioriente/ Primavera avvelenata
LA PRIMAVERA araba regala il suo secondo frutto avvelenato, dopo le infiltrazioni qaediste nella rivoluzione siriana. L’Egitto non è più un elemento di equilibrio nella polveriera del Medio Oriente, ma si colloca in posizioni nettamente antagoniste rispetto a Israele. Dalle sponde del Nilo arrivano accenti infuocati come quelli di Mohamed Morsi. Il presidente egiziano ieri ha annunciato che “il prezzo sarà alto” se “l’aggressione (israeliana) continua”.
Non era partita così la “rivolta del loto” che ha portato alle dimissioni del faraone Hosni Mubarak. Era cominciata con i blogger, con i giovani istruiti della buona borghesia che chiedevano libertà politiche e diritti in un Paese nel quale erano in vigore leggi draconiane per controllare le manifestazioni di piazza e norme che vietavano qualsiasi partito o movimento di ispirazione religiosa. Al punto che i candidati dei Fratelli Musulmani si presentavano alle elezioni come “indipendenti” e che la fratellanza doveva rifugiarsi nel dominio delle associazioni dei professionisti e nelle società di soccorso alla popolazione che sostituivano il welfare inesistente.
MUBARAK era subentrato ad Anuar al-Sadat, l’uomo della pace con Israele ucciso da un militare vicino ai Fratelli Musulmani. Il rispetto dei trattati con Gerusalemme è sempre stato per lui una linea rossa invalicabile. Ma poi
sono arrivati la rivolta di piazza Tahrir, il manager di Google Wael Ghoneim zittito, proprio in piazza Tahrir, dall’ideologo dei Fratelli Musulmani Yusuf Qaradawi, titolare di una rubrica quotidiana su al-Jazeera, il voto
parlamentare che all’inizio dell’anno ha decretato la vittoria di Libertà e giustizia, il partito della confraternita, con il 47 per cento dei voti, tallonato dai salafiti, radicali islamici, di al Nour, la “luce”, con il 24.
Mohamed Morsi, una seconda scelta dei Fratelli, è diventato il primo presidente eletto dal popolo. I salafiti lo incalzano da posizioni ultraortodosse. Un loro dirigente si è spinto a teorizzare di recente che le piramidi e la sfinge dovrebbero essere distrutte. Nel frattempo l’economia langue e il Sinai è attraversato da mille traffici anche di armi. Gaza è diventata un’occasione per fare la voce grossa. Morsi non se l’è lasciata sfuggire. A costo di essere richiamato a un maggior equilibrio dal re saudita Abdallah, che ieri lo ha puntualmente richiamato “a far prevalere la
saggezza e la ragione e non l’ira”.