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Invisibili e arrabbiati

MENTRE il governo dei tecnici cerca di far quadrare i bilanci e i partiti politici si disperano nel tentativo di riscaldare i cuori degli elettori, il popolo degli invisibili si allarga a macchia d’olio fino a trasformarsi in un’incontrollabile incognita. Se nei recenti anni passati la protesta giovanile svaniva no appena i cortei si scioglievano, oggi il malcontento non si placa e le occasioni per ribellarsi si moltiplicano incontrando inaspettati consensi.

PERCHÉ se da una parte l’opinione pubblica condanna le intemperanze e le violenze, s’allarga il fronte di chi ha più di una ragione per protestare. La disoccupazione giovanile sotto i 24 anni ha toccato livelli mai raggiunti: un giovane su tre è senza lavoro. Senza contare i clandestini, gli immigrati che assediano le città popolando aree dismesse, le zone limitrofe alle stazioni. In simili contesti l’unica strada percorribile per sopravvivere è commettere reati, piccoli furti, rapine, spacciare droga. I centri sociali soffiano sul fuoco, sapendo che proprio in momenti come questi possono allargare le fila. Anche e soprattutto tra gli universitari o tra gli ex studenti alle prese con un mondo del lavoro che non offre nulla di sicuro, se non qualche precaria opportunità per tirare avanti tra mille difficoltà. Ad aggravare la situazione si aggiunge un’incomunicabilità acclarata e assoluta: i politici e i tecnici prestati alla politica non riescono a scaldare il cuore delle nuove generazioni. Nei più prevale la sfiducia, quella stessa che porta al voto di protesta, al Movimento 5 Stelle che proprio in questa situazione trova terreno fertile. Altrettanto forte, se non addirittura più forte, il partito di chi si astiene dal voto, di chi oramai si chiama fuori da ogni tipo di scelta. In un clima di questo genere è evidente che la protesta violenta torna un grande, grave pericolo. Gli scontri delle ultime settimane ne sono la prova, la testimonianza di come si possa andare verso una nuova stagione di battaglie di piazza. In che modo evitare una simile deriva? Come fermare l’onda prima che sia troppo tardi? Forse ripartendo dal dialogo, dalla necessità di avere a che fare con politici seri e credibili. Missione non facile, ma necessaria, per evitare il riproporsi di stagioni che hanno già fortemente condizionato anni nei quali tutti avrebbero potuto vivere meglio.

ugo.cennamo@ilgiorno.net