Un piccolo passo. Obbligato
Anche la marcia più lunga inizia con un semplice passo. Come quello compiuto ieri da governo e parti sociali con la firma dell’accordo sulla produttività. Che sia un passo lungo o un passetto poco importa, purchè non rimanga isolato. Purché non ci si arresti lì dove ha deciso di rimanere la Cgil. Almeno per il momento. Mettersi in marcia, d’altra parte, è un obbligo per non perire, ma lo è da fin troppi anni. Ed è una marcia in salita, lungo i pendii di una montagna che finora è rimasta inviolata: dal 1992 – certifica l’Istat – la produttività italiana non si è mossa. Un piccolo 0,5% in venti anni. Insensibile al ciclo economico e ai governi: dalla crisi di inizio anni ’90, alla ripresa, alla crisi del 2008, al rimbalzino e al baratro di oggi. E la produttività sempre ferma al palo. Anche se gli italiani hanno cominciato a lavorare più ore. Fino a finire, l’Italia, fanalino di coda tra i paesi industrializzati per crescita della produttivita’. Un po’ meglio ha fatto il 2011 che ha segnato un più 0,7% rispetto al 2010.
Ma sono i dati Eurostat a spiegare meglio di altri il senso della partita che stiamo giocando: nel 2011, ogni ora di lavoro in Francia ha portato 1,80 euro di valore aggiunto in piu’ rispetto al 2005 fino a un totale di 45,4 euro l’ora. In Germania il salto e’ stato di 2,4 euro fino a 42,3 euro mentre l’Italia si e’ mossa di appena dieci centesimi, fino a 32,5 euro. Tradotto: per ogni ora lavorata l’Italia accumula circa dieci euro in meno di Pil.
All’accordo raggiunto a Palazzo Chigi spetta il compito se non di ribaltare almeno di smuovere la classifica. Si propone di farlo, in sostanza, puntando sulla contrattazione di secondo livello, su sgravi fiscali per i salari di produttività, ma anche su molti impegni per il futuro. A dire no per ora è la Cgil. Isolata. Secondo Susanna Camusso l’accordo – è la critica più forte – riduce i salari reali e accelera la recessione del paese. Sbagliano tutti gli altri? Monti spera che prima o poi cambi idea e la Cgil firmi. Comprensibile: i guasti di un ennesimo Vietnam sindacale sono noti, non solo al premier. Ma scalare le cime montagne in cordata è prima di tutto un atto di amore, mai un atto di forza. La Camusso, onore alla coerenza, lo sa per prima: le soluzioni unitarie – spiega – si costruiscono. Non si aderisce a posteriori quando i tentativi numerose volte fatti di trovare altre soluzioni sono stati respinti.
Resta il valore di un passo, un primo passo, verso la montagna inviolata del paese immobile. Quasi fosse un certo tipo di sindacato.