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L’ora di fare la cosa giusta

CHI RICORDA “Mialno odia, polizia non può sparare”. E ancora “Milano calibro 9″, “Milano difendersi o morire”… Titoli di film polizieschi girati negli anni Settanta, un genere che traeva spunto da una cronaca (nera) urbana grondante sangue. Sul grande schermo si estremizzava, ma la realtà era comunque cruda, la società violenta. Una cosa è certa: i titoli di quelle pellicole sono stati riciclati tali e quali da alcuni politici dopo l’ennesimo recente omicidio.

ANCHE questo è un segno inquietante dei tempi. Mentre quarant’anni fa certe semplificazion venivano sfruttate per titolare  movie il cui unico scopo era far cassetta, oggi diventano slogan ideal per campagne elettorali il cu obbiettivo è solo quello di rinforzar nell’opinione pubblica i luogh comuni più beceri. Non c’è alcun intenzione di voler sottovalutare gl episodi di sangue dell’ultimo mese ch hanno segnato Milano, ma è u esercizio a dir poco scontato attribuir a chi governa la città le responsabilit del degrado. Anche perché, statistich alla mano, si muore a Milano co una frequenza percentuale tale  quale a quella di molte altre città no solo italiane. Ed è questo il punto d partenza per ogni tentativo d riflessione. La crisi, non sol economica, ma anche e soprattutt morale è la stessa in ogni angolo de pianeta. La globalizzazione riguard non solo le merci che girano il mond omogeneizzandone l’estetica (l vetrine uguali nel centro di Praga, d Parigi e di Trapani…), ma anch quei valori che, perdendosi, rischian di farci sprofondare in una nuov epoca caratterizzata da grand delusioni oltre che da crescenti risch di finire coinvolti, nostro malgrado, i brutte storie. Come nel caso de passante colpito proprio ier pomeriggio da un proiettile vagant sparato da un balordo vittima a su volta di una truffa, episodio che l dice lunga sull’epoca di grande caos A tutto ciò si aggiunge il problem delle tensioni sociali generate d un’immigrazione incontrollabile. St a tutti noi, a ognuno di noi fare l cosa giusta: alzare la voce pe spezzare le catene dell’indifferenz che rischiano altrimenti di avvolgerc in un abbraccio mortale.