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No, non ha vinto il Pd

I dati elettorali sono come i fondi del caffè: ciascuno può leggerci quel che vuole. E infatti di solito le letture divergono. Divergono assai. Stavolta, invece, sulle primarie di domenica si registra un insolito coro. Ha vinto il Partito democratico, dicono tutti. A risultati conclamati, però, qualche dubbio affiora. Se la forza di un partito sta nell’efficienza della sua organizzazione e nella presa che i suoi dirigenti esercitano sul territorio, il Pd di Bersani non sembra un partito forte, ma debole. Incapace di elaborare i dati elettorali in tempi ragionevoli, incapace di orientare il voto anche nelle zone dove governa da sempre. Il 98% dei segretari provinciali era schiarato col segretario e così anche il 95% dei parlamentari. Teoricamente, non avrebbe dovuto esserci partita. Bersani ha invece mancato quella vittoria al primo turno che centrò nel 2009, quando aveva contro gli ex popolari di Dario Franceschini e i relativi apparati locali. L’outsider Matteo Renzi ha surclassato il segretario in Toscana, Marche ed Umbria. Eccenzion fatta per l’Emilia Romagna, i cittadini delle le regioni tradizionalmente «rosse» vogliono dunque liberarsi di un sistema di potere evidentemente logoro. Il partito erede del mitico Pci non intercetta più gli umori dei propri elettori storici né controlla più le proprie colonie politiche. E i suoi dirigenti allentano la presa. Sì che a Viterbo, città del granitico ex tesoriere dei Ds, il dalemiano Ugo Sposetti, nonché del più scafato tra i democristiani del Pd, Beppe Fioroni, Renzi ha staccato Bersani di 11 punti abbondanti. Bersani svetta però in Campania, Calabria e Sicilia. Due le interpretazioni. La prima: si tratta di regioni dove chi controlla le amministrazioni locali controlla il voto, perché nel Mezzogiorno la politica è ancora incline a distribuire soldi e favori. La seconda: i meridionali hanno colto al volo il senso del messaggio politico di Renzi, e l’hanno rifiutato. Al rinnovamento preferiscono la conservazione; all’assunzione di responsabilità, la delega; al rischio, la certezza. A Renzi, dunque, Bersani. Sono vere entrambe le tesi. Dice, però ha votato un sacco di gente. Mica tanto. Comunque meno rispetto alle primarie del 2007, quando prevalse Veltroni, e gli stessi del 2009, quando prevalse Bersani. Ma quelle elezioni, oltre ad avere lo scarso appeal del risultato già scritto, riguardavano solo il Pd. Stavolta c’erano anche Sel e l’Api, eppure… Dice, ma stavolta siamo nel pieno di una crisi che travolge i partiti e l’intera politica. Vero, è proprio per questo che la gente vota alle primarie. Per riappropriarsi del potere di scelta un tempo delegato ai partiti. No, non ha vinto il Pd: hanno vinto gli elettori di sinistra. Ormai evvezzi al rito delle primarie e in buona parte trascinati al voto dalla presenza di un outsider che, con spirito grillino, promette di rovesciare sia il partito sia il Paese. O qualcuno davvero crede che se si fossero scontrati Bersani e Fioroni la partecipazione sarebbe stata la stessa?