Il veleno che Renzi non ha usato
Anche negli Stati Uniti, patria delle elezioni primarie, attorno ai candidati in lizza fioriscono comitati e associazioni apparentemente simili alla fondazione renziana Big Bang. Ma non si limitano ad incoraggiare con ogni mezzo la partecipazione al voto. La loro è una missione inconfessabile, e per questo si mantengono formalmente distinti e distanti dai comitati elettorali dei rispettivi candidati. Qual è la loro missione? Facile, avvelenare le elezioni. E dunque: confezionare e far circolare dossier sui vizi e le abitudini sessuali dell’avversario; promuovere campagne stampa per esasperarne i punti deboli; eseguire finti sondaggi per diffondere false informazioni. Nelle primarie del partito repubblicano per le presidenziali del 2000, ad esempio, agli elettori di John McCain fu chiesto se intendevano votarlo pur «sapendo che ha avuto un figlio illegittimo da una donna di colore». E il povero McCain, che aveva semplicemente adottato una bambina del Bangladesh, fu così sconfitto da George W. Bush.
Di tutto questo, da noi in Italia fortunatamente non vi è stata traccia. Appare dunque a dir poco esagerato il grido d’allarme di quei dirigenti del Pd e di quei commentatori che, dopo aver plaudito il fair play del confronto tv Bersani-Renzi, ora che infuria la polemica sulle registrazioni per il secondo turno vaticinano la conseguente scissione del partito. O quantomeno l’apertura di una ferita difficilmente suturabile. Figurarsi, ben altri conflitti la politica ha superato… Quanto all’ipotesi che Renzi si stacchi dal Pd e dia vita a un partito tutto suo, non è realistica. Non in questa fase, almeno. E certamente non per via della piega presa dal confronto con Bersani. Anzi, tutto lascia credere che tra i due ci sia un tacito accordo per circoscrivere la polemica politica ad un livello accettabile. Come osservava ieri Repubblica, infatti, Matteo Renzi ha scelto di saltare due tappe significative nel suo tour elettorale: Sesto San Giovanni, dove avrebbe dovuto attaccare Bersani ricordando che il suo braccio destro, Filippo Penati, è rinviato a giudizio per aver intascato tangenti che secondo l’accusa erano funzionali ad un «sistema» che faceva perno sul Pd; e Taranto, dove avrebbe dovuto attaccare Bersani per aver accettato nel 2006 98mila euro dalla famiglia Riva nonostante fossero già allora ben noti i danni per la salute pubblica arrecati dai fumi dell’Ilva. Poteva farlo, e non l’ha fatto. L’America è (ancora) lontana.