Il socio occulto
Ciascuno di noi ha un socio occulto. Se sei imprenditore, professionista, commerciante, agricoltore e pure se sei lavoratore dipendente ti ritrovi sempre costretto a lasciare al tuo scomodo «partner» più o meno il 45 per cento del reddito. Cioè lavori per lui quasi metà dell’anno e ancor di più se hai un’impresa, che lascia sul terreno sino al 68%. E paghi una specie di patrimoniale nascosta che si chiama Imu.
Il socio occulto di tutti noi è lo Stato, che attraverso tasse, contributi e imposte anche degli enti locali si prende una quota di guadagni che ha pochi uguali nel mondo. Il conto è sempre quello: noi siamo ben sopra il 40% come pressione fiscale, la media dei paesi europei si ferma al 24 per cento. Negli Stati Uniti scende al 21,8% e cala ancora al 20% in Giappone, nonostante il debito dell’impero del Sol levante sia il doppio rispetto alla ricchezza prodotta e quindi ben peggiore del nostro.
Se poi si pensa che l’imposta più odiata dagli italiani, l’Imu, raccoglierà un miliardo abbondante più del previsto (23 miliardi circa rispetto ai 21-22 programmati dal salva-Italia) si comprende come le grandi strategie per mettere in sicurezza il paese e le buone intenzioni del governo Monti siano del tutto sbilanciate sul fronte delle entrate.
SEMPRE più Fisco, fino alla «patrimoniale» sulla casa, pochi tagli a costi e sprechi, nessuna privatizzazione o dismissione nonostante gli annunci e i proclami.
Così la spirale negativa continua ad avvitarsi: la pressione fiscale cresce, i consumi scendono, la ricchezza prodotta dal paese continua a diminuire, il debito aumenta.
SERVE uno stop.
Alvise Biffi, giovane vicepresidente di Assolombarda, una idea ce l’ha: venga inserita in Costituzione una norma che impegni gli esecutivi a ridurre progressivamente e poi a mantenere sotto il 50% la pressione fiscale e contributiva. Un atto di «civiltà economica» che imporrebbe la svolta «più tagli e meno tasse» a chi guida il paese, che potrebbe concorrere al rilancio dei consumi e favorire una migliore competitività alle imprese. Una proposta forse azzardata, ma almeno quanto quella di introdurre nella carta costituzionale il vincolo di pareggio del bilancio dello Stato, in una fase di recessione tanto profonda.