MALI/Prigionieri del terrore islamico
UN AFGHANISTAN al centro dell’Africa. Gli incubi, a volte, ritornano. Ora tocca all’Azawad, il nord del Mali, due terzi del territorio, enormi distese deserte, un abitante e mezzo per chilometro quadrato, un milione duecentonovantatremila anime nel 2009, la fronda dei nomadi tuareg ignorata da sempre, nonostante quattro rivolte a partire dal 1962. Nel 2006 Gheddafi tese la mano e ne arruolò cinquemila nelle sue forze armate. Gli uomini del deserto fuggirono felici nell’Eldorado del petrolio e del Colonnello.Venivano da un Paese ostinatamente iscritto al circolo dei miserabili del pianeta, centosettantaquattresimo nella graduatoria dell’Onu sullo sviluppo umano.
Ogni donna ha in media sei figli. La mortalità infantile arriva al 122 per mille. La speranza di vita è di appena 48 anni. Ottantuno abitanti sucento sono analfabeti. Il 46 per cento della popolazione vive di agricoltura. Ma solo il due per cento della superficie del Paese conosce labenedizione dell’acqua del Niger e produce miglio, di recente, riso e cotone
da esportazione. SOTTO il terreno del nord forse c’è la benedizione del petrolio.
Dopo la disfatta di Gheddafi i tuareg, armati fino ai denti sono tonati a casa. Inquadrati nel Movimento di liberazione dell’Azawad hanno conquistato i due terzi del Paese per poi cederlo subito ai fondamentalisti islamici. Il 6aprile del 2012 l’Azawad ha proclamato l’indipendenza.
Il territorio è nelle mani di miliziani decisi e pesantemente armati di tre centrali fondamentaliste, il “Movimento per il monoteismo e la jihad nell’Africaoccidentale” (in sigla Mujao), “Al Qaeda nel Maghreb islamico” e i wahabiti
tradizionalisti di “Ansar Eddine”. Cinquantamila abitanti sono fuggiti nella capitale Bamako. Novantaduemila si sono ammassati alla meglio a Mbera, in Mauritania. Raccontano orrori e persecuzioni alle quali hanno assistito nello loro città, Timbuctù, Gao, Kidal e Goundam.
Mohammed ag el-Hadj, 27 anni, ex soldato delle forze armate del Mali racconta terrorizzato la sua passeggiata con un amico: «Erano le sette di sera, ci siamo trovati accerchiati da uomini scesi da due camionette. Ci
hanno chiesto perché eravamo in strada a quell’ora. Io avevo una sigaretta in una tasca della camicia. Mi hanno urlato: sei un selvaggio e un miscredente. Mi hanno colpito il viso con il calcio di un fucile. Erano pachistani, afgani, nigeriani».
A Timbuctù hanno distrutto sei mausolei storici di mistici sufi, piramidi adottate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Dicevano che la sharia, la legge coranica, permette tombe non più alte di 15 centimetri. Non si sa che fine abbiano fatto 700 mila scritti medioevali arabo-islamici che comprendevano opere di Avicenna.
Il commerciante Hassan ag Sidi non sa darsi pace: «Hanno messo sentinelle dappertutto. Una giovane coppia è stata
frustata a sangue. La loro unica colpa è stata passeggiare assieme senza essere sposati. Sono finiti all’ospedale. Non puoi camminare nemmeno con tua moglie. Eravamo finiti in una grande prigione a cielo aperto». Mohammed
el-Mehdi, un ex guida turistica, è ancora più drastico: «Quelli che sono rimasti là sono come morti».
FADIMATA Ouallet è stata sorpresa a bordo di un’auto. Era l’unica donna, ma l’accompagnavano diversi parenti: «Il miliziano mi ha puntato la pistola alla testa e ha urlato: fuori o ti ammazziamo». Aishatta Abdou, 30 anni,
madre di sei figli, ha commesso la dabbenaggine di camminare da sola per strada: «Agitando le armi mi hanno chiesto dov’era mio marito. In poche ore siamo fuggiti».
Una coppia di giovani è stata lapidata ad Aguelhok. La loro colpa era semplicemente quella di non essere sposati. Daud Maiga, un ex funzionario dello stato di Kidal riferisce, con evidente scetticismo, la voce che i fondamentalisti islamici hanno fatto circolare fra gli abitanti del luogo per “giustificare” l’orrore: «Hanno detto che la coppia aveva chiesto di essere purificata della colpa».
Il 6 ottobre a Timbuctù duecento donne hanno avuto il fegato di manifestare sotto le finestre dell’ufficio di Mohamed Mossa, capo della Polizia che sorveglia il rispetto dei buoni costumi islamici. «Ordina arresti abusivi al mercato – ha spiegato Hadi Kossa, una delle organizzatrici della marcia – e nei quartieri. Porta le fermate a casa sua e le violenta. Spesso la scusa iniziale è la necessità di controllare se il loro abbigliamento rispetta le regole dell’Islam. Se questi crimini continueranno, faremo altre dimostrazioni». LA POPOLAZIONE fugge o tenta di reagire all’applicazione di rigide regole islamiche importate da Paesi lontani.
Demba Traorè, 40 anni, avvocato e ministro del decentramento nel governo ad interim di Bamako, segretario del partito radicale non violento, transnazionale e transpartito, musulmano come l’80% della popolazione, spiega che la tradizione religiosa del suo Paese non c’entra nulla con la rigida ortodossia dei miliziani arrivati dall’estero: «A Gao e a Timbuctù è stata imposta una legge che non è la sharia. Almeno non è la sharia che noi conosciamo. Il paradosso è cheTimbuctù è stata per secoli una città con spiccatissimi connotati religiosi». Ivan Simonovic, vicesegretario dell’Onu per i diritti umani, ha scritto nel suo rapporto sull’Azawad che viene applicata una «versione particolarmente dura» dei dettami del Corano. Al telefono Aliou Mahamar Tourè, commissario islamico del Mujao nella città di Gao, arcigno e laconico, conferma: «Abbiamo tagliato la mano destra e il piede sinistro a
quattro ladri in piazza dell’Indipendenza. Non è nostro questo ordine. L’ha dato Dio».