Se Monti può fare a meno del parlamento
Ancora una volta vien da pensare che se al posto di Mario Monti ci fosse stato un premier «politico» la cosa avrebbe sollevato uno scandalo o almeno una polemica; un «alto monito» o un autorevole editoriale critico. Giovedì, contro ogni aspettativa, l’Italia ha unito il suo voto a quello dei paesi dell’Onu favorevoli al ricoscimento alla Palestina dello status di «Stato», ancorché non membro, ma «osservatore». Quel che ci interessa è il metodo con cui la decisione è stata assunta. Un colpo di mano, praticamente. Nessuna discussione formale, nessuna comunicazione al parlamento, nessun voto. Solo una breve nota scritta firmata Mario Monti. Il governo italiano ha dunque assunto una posizione che ha rotto la tradizionale vicinanza a Stati Uniti e Israele, e l’ha fatto così, d’imperio. Scelta nel merito legittima, e fors’anche assennata, ammesso che l’obiettivo di puntellare la fragile autorità palestinese rispetto alle pressioni fondamentaliste non risulti poi vanificato dall’inevitabile rilancio del governo Netanyahu. Scelta legittima, ma comunque solitaria e persino un po’ autoritaria. Non solo il parlamento non ne sapeva nulla, ma era stato persino depistato dal ministro degli Esteri. Il 20 novembre, nel corso dell’audizione alle commissioni Esteri di Camera e Senato, Terzi di Sant’Agata aveva infatti manifestato «notevoli dubbi» sulla bontà di una simile risoluzione: aveva paventato «la reazione isreliana» e il rischio di una conseguente «frenata» dell’amministrazione Obama lungo la via della mediazione; aveva detto che l’obiettivo era «una posizione unitaria dell’Unione europea» e aveva dato conto della «preminente tendenza verso l’astensione». Risultato: l’Europa si è spaccata, l’Italia ha votato a favore. Si è poi saputo che a decidere sono stati Monti e Napolitano; Terzi era per l’astensione. E il parlamento? Nessuno l’ha consultato. Che se l’avessero fatto sarebbe probabilmente emersa una maggioranza favorevole alla decisione poi assunta in segreto da Monti. Il Vaticano è infatti d’accordo, e così dunque l’Udc. Anche il Pd è d’accordo. Quanto al Pdl, forse si sarebbe spaccato, ma Frattini, che è pur sempre l’ex ministro degli Esteri, è a favore. La sostanza, forse, non sarebbe cambiata. La forma sì. E ai tempi di Berlusconi premier ci avevano autorevolmente spiegato che in democrazia la forma è sostanza.