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Il sopruso in divisa

Mettiamoci per un attimo nei panni di una ragazza polacca che ha subito uno stupro lungo due giorni all’interno di una caserma dei carabinieri. Una ragazza in evidente stato di difficoltà perché extracomunitaria e per di più sorpresa a rubare due videogiochi al supermercato. Ma pensiamo anche a una “normale” cittadina passata in quegli uffici semplicemente per presentare denuncia dopo aver smarrito i propri documenti.
Due delle tante storie sfilate in questi mesi davanti ai giudici del tribunale di Milano chiamati a processare l’integerrimo uomo trasformatosi in una sorta di satiro pronto a insidiare qualsiasi donna si presentasse in caserma. Posseduto da quella malattia dell’anima, prima ancora che del cervello, che porta a calpestare le donne incontrate. Tutte le donne incontrate, ma soprattutto quelle sbandate nei confronti delle quali, lui tutore dell’ordine, riteneva di dover esercitare un preciso “controllo“. Che si traduceva puntualmente in complimenti non richiesti e soprattutto in gesti incontrollati.
Pensate per un istante alla guardia che ritiene appetibile qualsiasi donna proprio perché disarmata. Approfittando della piccola posizione di potere di cui è investita. E che infanga la caserma dei carabinieri e l’immagine tutta dell’arma.
C’è tutto questo nella brutta storia che si è consumata nel processo a porte chiuse al maresciallo dei carabinieri di Parabiago. Ma ci sono soprattutto loro, quelle giovani donne in cerca di fortuna nel nostro Paese che incappano in qualche ragazzata di troppo e che non per questo debbono incontrare sulla propria disgraziata strada piccoli uomini che ti scavano una fossa enorme di umiliazione e di violenza. Nascondendosi per di più dietro una divisa.
La violenza non è solo lacrime e lividi, ma ferite nell’anima.
laura.fasano@ilgiorno.net