I fantasmi della Lega
LO CONFESSO, credo al maestro Barenboim quando sostiene che «l’inizio del Lohengrin è molto etereo e mal si adatta all’Inno di Mameli». D’altronde per quanto si vogliano attribuire valenze politiche (a cominciare dalle proteste all’esterno del teatro fino al lancio dal loggione del volantino della Cub), la prima della Scala resterà pur sempre uno spettacolo, magnifica prova della maestria italiana di mettere in scena capolavori che sintetizzano con efficacia musica, immagine e contenuti. D’altronde quel «Fratelli d’Italia» cantato a sipario calato ha rappresentato un’emozione in più, una sorta di riconoscimento per sottolineare la fraterna condivisione di quel senso dell’arte che il mondo ci invidia. Condiviso da tutti, quasi tutti. Non dai (pochi) sopravvissuti della Padania, i fedelissimi del Carroccio che restano seduti quando partono le odiate note. Presenze sparute, fantasmi del passato che si caratterizzano per queste inutili esibizioni pensando così di sottolineare la loro (presunta) esistenza, avendo oramai perso ogni riferimento di natura politica. A partire da quell’idea di federalismo dell’ideologo della prima ora, quel Gianfranco Miglio relegato in un angolo buio della memoria del partito.