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Lo spread è colpa (anche) di Monti

Lo scorso venerdì, il famigerato spread raggiunse quota 327 e tutti diedero comprensibilmente la colpa a Silvio Berlusconi. La sera prima, infatti, il Cavaliere nero della politica italiana aveva annunciato il proprio ritorno in campo e i mercati si erano preoccupati di conseguenza: «Ancora lui? Allora è vero che l’Italia non cambia mai…». Ma se questa è la logica, di chi è la colpa se ieri lo spread ha fatto un ulteriore e consistente balzo in avanti superando i 360 punti base? Per forza di cose, non si può che puntare l’indice contro Mario Monti. Mentre, infatti, Giorgio Napolitano si affannava a sdrammatizzare la portata politica dell’annuncio di Berlusconi, il Professore ha drammatizzato al massimo la realtà fino ad annunciare le proprie dimissioni. Non ce n’era alcun bisogno. Come Berlusconi prefigura la sfiducia al governo pur senza negargliela, così Monti paventa un passo indietro pur rimanendo al proprio posto. L’opportunità di anticipare le elezioni alla seconda metà di febbraio era oggetto di un confronto informale già prima che il premier parlasse col capo dello Stato. Quel che Monti ha ottenuto gridando l’avrebbe incassato sussurrando. Chiaro che la scelta di Berlusconi sia ispirata da un calcolo politico. Molto probabilmente sbagliato, ma comunque politico. E quella di Monti? Se la sua unica bussola fosse davvero l’interesse nazionale, e dunque l’immagine internazionale dell’Italia, beh, avrebbe dovuto tacere. Perciò in molti ritengono che le sue parole siano il segno della volontà  di candidarsi in prima persona. C’è però una terza ipotesi: l’orgoglio. Cioè il fattore umano. Il desiderio di pareggiare subito i conti, difendere la propria reputazione di economista prestato al governo, restituire in forma di mazzata finanziaria il colpo politico subìto.
Ma ciò non vuol dire che abbia deciso di indicare esplicitamente nel costituendo centro di Casini, Montezemolo, Riccardi e soci il proprio polo di riferimento, né tantomeno di candidarsi.  Se lo facesse, uscirebbe dai confortevoli confini della riserva repubblicana, si giocherebbe la possibilità di andare al Quirinale, rischierebbe di prendere meno voti persino di Berlusconi. Ad oggi, è orientato a non correre rischi e rimanere alla finestra. Semmai dovesse cambiare idea sarà perché i suoi mondi di riferimento (gli Stati Uniti, il Vaticano e i partner europei) non hanno fiducia nella coppia Bersani-Vendola come possibile alternativa.