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Se la Fed pensa al lavoro

La Federal Reserve americana ieri ha aperto una nuova era per le banche centrali imprimendo una nuova svolta per certi versi assolutamente clamorosa. Ben Bernanke ha annunciato — tra le altre cose — che i tassi di interesse negli Stati Uniti resteranno «eccezionalmente bassi» fino a quando il tasso di disoccupazione sarà sopra il 6,5%. E’ una svolta clamorosa: la Fed, prima tra le banche centrali, lega i tassi allo stato dell’economia e lo fa partendo dal lavoro. Un altro grado di separazione dalla Bance centrale europea che, per quanto abbia e stia cambiando pelle grazie alla guida di Mario Draghi, ha comunque come mandato statutario il mantenimento dell’inflazione sotto il 2%. Un parametro, quello del carovita, che anche la Fed ha sempre tenuto presente, ma che ora non basta più.

In attesa di vedere gli effetti del nuovo corso americano, ma la svolta made in Usa, mi ha ricordato un passaggio di Jacques Delors, incontrato per l’intervista inserita nel libro Dieci anni con l’euro in tasca. Delors, uno dei più importanti padri dell’Europa unita, spiegò che, quando si discuteva di preparare Maastricht lui avrebbe voluto inserire due paletti in più da tenere sotto controllo per entrare e rimanere nell’eurozona: il tasso di disoccupazione e la disoccupazione giovanile. Non se ne fece niente, ricordava circa un anno e mezzo fa, e non nascondeva il rammarico.

A chi lo ascoltava il concetto fu tanto chiaro quanto preveggente vista la crisi attuale (ancora non esplosa in pieno nel 2010) e pensando al fatto che quel pensiero datava ormai vent’anni addietro. Meno chiaro erano le implicazioni tecniche: come si controlla il tasso di disoccupazione? Mica è come il deficit/Pil…

Oggi la Fed, indirettamente, dà una risposta importante alla lucida proposta del grande vecchio d’Europa.