Perché Monti non si candiderà
MARIO MONTI sapeva che lo avrebbero acclamato leader naturale del centrodestra italiano, eppure ieri ha accettato l’invito del Ppe. È l’ennesimo indizio di una sua determinazione a scendere in campo. Questo dice la logica, e se alla logica si aggiunge che questo è ciò che vogliono tutti (ma proprio tutti) i poteri e gli interessi organizzati nazionali e internazionali non dovrebbero esserci dubbi che così andranno le cose. Non essendoci la volontà né la forza per opporsi a un modello di sviluppo e ad un’architettura europea che fanno acqua da tutte le parti, per il sistema politico italiano sarebbe una panacea. Il centrodestra avrebbe una nuova anima politica e nuovi dirigenti, la sinistra dovrebbe entrare nell’ordine di idee di fare da sola come usa negli altri paesi. Fine della favola. Difficile infatti immaginare che Monti possa includere nel suo progetto tutti i carri rotti del Pdl che oggi gli rotolano attorno. E se non lo farà, da più o meno montiani quelli diverrano antimontiani e l’antimontismo elettoralmente paga. Diverrebbe antimontiano anche Bersani, e così addio rassicurazioni all’Europa e ai mercati in caso di vittoria della sinistra. Scendendo in campo, Monti rischierebbe dunque di perdere, e di radicalizzare il dibattito pubblico italiano. Deciderà sulla base dell’ultimo sondaggio utile. Non ci stupiremmo se alla fine scegliesse di cavarsela con una sorta di proclama, nell’illusione che possa spostare voti o vincolare il prossimo governo.