Messi, come lui nessuno mai
Caro Direttore,
vi voglio raccontare una storia. Una storiella di calcio, per fortuna a lieto fine, di quelle che si sentono narrare dalle persone che hanno molti più anni di noi e molte cose da rivelare. Tante, troppe, per non riuscire a vuotare il sacco prima di andarsene per sempre.
Loro hanno il dono del sapere, noi dovremmo avere il dovere di capire e la curiosità di conoscere. La storia che voglio raccontare è legata a Lionel “Leo” Messi, che ha vinto il suo quarto Pallone d’Oro, superando Platini, Cruijff, Van Basten, non colleghi qualunque.
Messi non ha tatuaggi marchiati sulla pelle, non si depila, non si toglie la maglia quando segna, nè regala gesti clamorosi, non provoca gli avversari e non reagisce quando il carneade di turno tenta di staccagli una gamba – peraltro senza riuscirvi – o il Pepe di turno gli passeggia con i tacchetti lunghi (quelli da campo scivoloso, per capirci) su una mano.
Messi non va oltre le proprie prodezze, supera “solo” gli avversari e i portieri, probabilmente è destinato a diventare il più grande tutti, ma è troppo facile oggi tessere elogi nei suoi confronti.
Nel 2006, quando Leo aveva appena compiuto 18 anni e faceva ancora qualche panchina nel Barcellona di Rijkaard, Paolo Condò, un collega della Gazzetta dello Sport, lo descrisse come un fenomeno, assolutamente incontenibile, un’esplosione di calcio vero, autentico, raccontando un Chelsea-Barcellona giocata a Stamford Bridge (Londra).
La curiosità mi spinse a visionare questo argentino semisconosciuto, o che comunque si era da poco affacciato alla ribalta del grande calcio: anch’io rimasi impressionato, incantato, stregato, da quel piccoletto che trasformava con i propri dribbling il calcio in poesia e regalava gioia. Divertiva e si divertiva. Come un bambino.
Quando, al seguito del Palermo, nell’autunno 2006, mi recai a Barcellona per raccontare una delle partite del girone eliminatorio fra i rosanero e l’Espanyol, ai tifosi palermitani che avevano invaso le ramblas, dicevo: “Non comprate la maglia di Ronaldinho, comprate quella di Messi”.
Risposta, anche da parte di qualche collega giornalista quotato (per fortuna solo in sede locale): “E chi sarebbe questo? Come si chiama, Messo?”. Già, Messo, il quattro volte Pallone d’Oro. Come lui nessuno mai.
Adolfo Fantaccini