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Il jolly-donna e la politica ipocrita

Usciamo una volta per tutte dall’equivoco, ora che si stanno definendo le liste per le prossime elezioni: avere tante donne in campo è un bene, ma non basta. Non può bastare e non ci deve accontentare. Perché banalmente se è vero che è sempre meglio poco che nulla, è altrettanto vero che il nome al femminile di per sè non risolve i problemi delle donne. E fa sorgere il dubbio che si tratti solamente di un’operazione maquillage.
Avete notato di che cosa si parla in questi primi e già insopportabili giorni di campagna elettorale? Di Imu, di spread, di altre diavolerie economiche che incidono – eccome – sulla via di tutti noi (anche noi donne) ma che tuttavia non bastano a farci pensare che ci stiamo avviando verso una battaglia politica che abbia a cuore le sorti e i problemi delle donne.
Avete mai sentito in queste ultime ore Bersani, Monti o Berlusconi intrattenerci dai salotti tv, dove ormai hanno messo radici, su temi fondamentali quali la scuola, la sanità, l’assistenza agli anziani? Piuttosto hanno preferito rinfacciarsi le colpe dei problemi del Paese, certi di non essere in grado di  fornirci la ricetta per risolverli. In questo quadro desolante il jolly-donna è uno specchietto per le allodole che non ci piace e che non serve a niente. Non è che schierando più donne si fa una politica al femminile, ma ascoltandole e magari permettendo loro di incidere realmente nelle scelte future.
Altrimenti l’economista, la sportiva o l’ambientalista saranno solamente un bell’orpello. Bello quanto si vuole (e nelle file dei tre schieramenti ce ne sono di donne in gamba) ma sempre orpello.
laura.fasano@ilgiorno.net