Un tetto alle tasse
LE TASSE sono una cosa bellissima, sosteneva l’ex ministro Tommaso Padoa-Schioppa, perché utili al benessere collettivo: sono soldi per curarsi, per istruire i figli, per sostenere le imprese e la crescita, per far sì che i cittadini abbiano i servizi che si aspettano. Almeno in teoria. Aveva ragione Tps, sono belle da quel punto di vista. E potrebbero persino essere meravigliose se fossero, per esempio, più basse e se il gettito non venisse — in certa misura — dilapidato da sprechi, ruberie e malapolitica. Non stupisce, dunque, se ora tutti i candidati alle elezioni propongono di ridurre la pressione fiscale e di eliminare la malaspesa. Promesse. Ovvie e inutili, come in qualunque campagna elettorale da qualsiasi parte del mondo. Ovvie perché nessuno ha mai vinto le elezioni promettendo dazi più salati. Inutili perché lo spread tra quello che è scritto nei programmi elettorali e quello che viene realizzato è sempre elevato.
IL TAGLIO (mancato) delle province è un caso di scuola, ma tra le tante proposte dimenticate durante la legislatura agli sgoccioli ce n’è una che va ricordata: è quella di riforma costituzionale promossa da Nicola Rossi — ora presidente dell’istituto Bruno Leoni, senatore del gruppo misto — e da Antonio Martino che avrebbe introdotto nella nostra Carta un vero pareggio di bilancio insieme a un tetto alla spesa pubblica. Tecnicalità a parte, il meccanismo avrebbe costruito, di fatto, un tetto alle tasse. Un limite alla pressione fiscale (non alle singole aliquote) scritto in Costituzione. Sarebbe stato un meccanismo sicuramente di non facile realizzazione — criticato, da molti, appoggiato da altrettanti — ma che avrebbe consentito di riscrivere il patto tra Stato e cittadini. L’Italia sarebbe diventata non solo una Repubblica fondata sul lavoro (per quel poco che c’è) e che incentiva il risparmio (per quel poco che le famiglie possono permettersi) ma anche un paese, il primo, fondato su un nuovo impegno: non prelevare dalle tasche dei cittadini, per esempio, la metà del loro reddito. Un patto civile che darebbe forza anche alla lotta all’evasione. Scriveva Luigi Einaudi nel 1907 sul Corsera: «La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco». Qualcuno in corsa per il palazzo è disposto a ragionarci?