Il solito Monti, l’insolita ambiguità sulle riforme
Come la commozione finale, così la passione iniziale. Mario Monti ha concluso il proprio intervento bergamasco denunciando la presenza di una lacrima — stava parlando dei suoi nipotini — che pure occhio umano mai colse nell’atto di solcargli il volto. «Non vorrei commuovermi», ha detto. E c’è riuscito. In apertura di discorso aveva invece usato un’altra parola ‘calda’, passione. Testuale: «A questo punto mi è venuta la passione per la politica». E per quanto sia credibile che il demone della politica — «una droga», diceva Cossiga — si stia facendo un po’ alla volta largo nell’algido animo del Professore, davvero nulla nel suo discorso trasmetteva l’idea di un sentimento travolgente. Immaginiamo l’incalzare dei consulenti assoldati per la campagna elettorale: «Sia meno professorale», «parli al cuore, non alla ragione», «ci metta un riferimento al suo privato, alla famiglia», «i sentimenti, occorre scuotere i sentimenti»… Ma enunciare un sentimento non equivale a trasmetterlo. E’ infatti andato in scena il Mario Monti di sempre: logico ed affilato come una lama gelida. Nessuna sorpresa. Anche i messaggi politici erano prevedibili e, nella sostanza, già sentiti: le potenzialità dell’Italia schiantata da vent’anni di malgoverno; la politica incivile contrapposta alla società civile; l’unità dei riformisti; l’attacco esplicito ai due estremi, la Lega di Maroni e soprattutto Sel di Vendola. Unica novità, in effetti non rivelatrice di magnifiche e progressive sorti, l’appello agli astensionisti, per l’occasione elevati a «coalizione dei non votanti». Ci sono poi le omissioni. Che Mario Monti abbia glissato sui suoi alleati politici, è comprensibile. Fa parte delle astuzie d’una politica non politica in epoca di antipolitica. Ben più esecrabile il fatto che abbia liquidato la fondamentale questione delle riforme istituzionali con una promessa di circostanza. Cosa vuol dire impegnarsi per un «riassetto dello Stato più proficuo e meno oneroso»? Nulla. Monti vuole o no un capo del governo eletto e forte? Vuole o no un sistema elettorale maggioritario? Mistero. Parla di riforme, trascura lo strumento per conseguirle. C’è qualcosa che non torna. Poiché il Professore è uomo di idee e di carattere, viene il sospetto che si voglia tenere le mani libere per poi cementare un accordo politico col Pd sulla sabbia d’un ritorno al passato: al parlamentarismo, al proporzionale, alla Prima repubblica.