I mercati non votano, valutano
I MERCATI non votano, valutano. E danno un prezzo, incrociando domanda e offerta, alle merci: pere, mele, titoli di Stato, azioni, derivati o materie prime. Millenni di transazioni commerciali sono stati guidati da un principio unico e condiviso sia da chi vende sia da chi compra: ottenere dallo scambio il massimo profitto. Chiunque operi sui mercati non tifa per questo o per quello ma — anche guidato da emozioni e sensazioni e non solo da algoritmi — cerca di ottenere il massimo profitto per i propri investimenti speculando sugli scenari costruiti, via via, da tutti gli attori in gioco. Accade così anche nelle Borse, alla velocità del nanosecondo. Attribuire a picchi e precipizi del mercato un valore politico è lecito ma rischia di essere fuorviante: l’altro ieri le Borse sono andate in picchiata e ieri hanno fatto un rimbalzino. Domanda: se la discesa è stata attribuita al Berlusconi-pensiero e ai timori per la tenuta delle banche in Europa, di chi è il merito della risalita? Qualunque risposta è politicamente valida, ma è sbagliata se si accetta che a muovere i mercati è la voglia di guadagnare. Facciamo un esempio: sostenere che le Borse siano scese perché temono che il ritorno di Berlusconi al governo sia un danno per il paese, presuppone che chi agisce sui mercati abbia a cuore le sorti dell’Italia e non il proprio portafoglio. «Ma — faceva notare ieri un acuto osservatore dei fenomeni di Borsa — chi specula non è mosso da ideali, valori e amor di patria. E quelli che puntano sulla salvezza dell’Italia sono numerosi almeno quanto quelli che sperano che tutto vada a catafascio perché per loro potrebbe essere fonte di guadagno». Nudo e crudo.
Un altro capitolo è quello dello spread tra il Btp a dieci anni e il Bund tedesco: l’azione del governo Monti ha contribuito a calmare la tempesta e ha creato parte delle condizioni affinché Draghi riuscisse ad alzare lo scudo europeo.
SOSTENERE, però, che i rialzi in questi giorni siano legati al timore che il professore non timoni più l’Italia, può avere un fondo di verità e le incertezze della campagna elettorale avranno certo un loro peso, ma rischia di nascondere un’amara verità: l’Italia è malmessa come un anno fa: il paese ha nei suoi conti e nella sua struttura gli stessi punti neri. Grazie al calo dello spread a gennaio il fabbisogno dello Stato è sceso perché la spesa per interessi è calata di 1,908 miliardi di euro, ma chi decide di investire i propri soldi in Btp vede un debito pubblico che ha comunque superato i duemila miliardi di euro, previsioni di crescita fosche e poca voglia di tagliare la spesa pubblica. Lo spread sta rialzando la testa anche perché il livello raggiunto non corrisponde alla salute, sopravvalutata, dello Stato italiano. È comprensibile che le aspettative per un Monti bis possano funzionare da calmante, ma di speranze si alimentano anche le bolle. E quando scoppiano fanno male.
(Commento su Qn del 6 febbraio 2013)