La forza (un po’ troppo) tranquilla di Bersani
Berlusconi se ne inventa una al giorno nel tentativo — ad oggi riuscito — di dettare l’agenda a media e competitori. Monti l’ha capito, e rilancia in un crescendo di illuminate promesse elettorali e violente accuse personali. Bersani l’ha capito, e non fa nulla. Programmaticamente fermo. D’Alema dice che «è un errore pensare di aver già vinto», più o meno illustri spin doctor lo invitano ad indossare i guantoni ed «inventarsi qualcosa». Ma Bersani resiste, resta fedele a se stesso. E allo slogan che nel 1981 portò il socialista Mitterand all’Eliseo: «Una forza tranquilla». E’ questa l’immagine che Bersani intende accreditare di sè perché questo è il suo stile.
A differenza di Monti, che entra ed esce da abiti diversi a seconda del momento, così come Berlusconi anche Bersani esibisce in questa campagna elettorale il suo vero volto esasperandone i tratti distintivi. «Sono capace anch’io di prendere i titoli dei gionali — ha detto a Piazzapulita — ma non intendo farlo!». Non l’ha mai fatto. Nel bene e nel male, Bersani è quel che sembra e sembra quel che è. Ma c’è anche un calcolo, dietro la scelta. Anzi due. Il primo: il segretario del Pd ritiene che la miglior risposta alle ansie dei cittadini per la crisi e ai fuochi d’artificio dei suoi avversari sia rassicurare gli elettori ostentando una fiera diversità ed una solida sicurezza in se stesso. Il secondo: sa che su di lui sono puntati gli occhi di osservatori (trader, banchieri, capi di governo, opinion maker e, infine, elettori) spesso politicamente prevenuti e ritiene che qualsiasi trovata ad effetto rischierebbe di trasformarsi in un boomerang esponendolo a nuove critiche e vecchi pregiudizi. Gioca di rimessa, dunque, e con prudenza amministra il vantaggio. Unica trovata, cercare il contatto diretto con gli elettori scatenando candidati e militanti nelle piazze, tra le categorie in sofferenza e porta a porta negli ultimi 10 giorni.
Dicono che Bersani sia «letteralmente terrorizzato» non dal voto ma dal dopo: dall’umore del Paese e dalle scelte che la crisi imporrà al suo governo. Comunque vadano le elezioni, sa che dovrà allearsi con Monti ma ignora quel che Monti gli chiederà in cambio. Teme voglia il ministero dell’Economia, sa che rifiuterebbe la presidenza del Senato, è pronto ad offrirgli il ministero degli Affari europei. Ha bisogno dei suoi voti, ma ancor più del suo credito internazionale.