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Ihosvany, il capitano in panchina

HA SMESSO a 40 anni, e adesso aspetta una chiamata. I suoi compagni di una Cuba che faceva amare il volley anche agli avversari lo chiamano ancora ‘il capitano’, anche se oggi Ihosvany Hernandez, centrale dell’ultimo scudetto nella storia della pallavolo romana, visto in Italia anche a Cuneo, Parma, Taranto e Verona, è un ex giocatore. Che vive in Spagna, ad Alicante, e vorrebbe insegnare il volley ai giovani, anche in Italia. Per ricambiare questo sport, dal quale ha avuto tanto: “Ho smesso dopo 26 anni dedicati alla pallavolo. Gli ultimi due anni li ho giocati in Argentina, a Mar del Plata, con un allenatore leggendario come Waldo Kantor. Avevo una proposta dall’Espinho, in Portogallo, ma alcuni problemi burocratici non hanno permesso di ridurre il costo del mio transfer, nonostante abbia ormai 40 anni e mi servisse solo per un contratto di 4 mesi. Fisicamente potrei ancora giocare in campionati europei di livello, ma capisco che sia tempo di fare spazio ai giovani”. Dopo l’Italia, Ihosvany ha giocato in Turchia al Fenerbahce, in Polonia a Ressovia e in Romania al Tomis Constanta: “Adesso mi sono trasferito ad Alicante, è una città che mi ricorda molto Cuba, dove si può stare bene tutto l’anno. Il mio sogno è quello di allenare i giovani, per poter insegnare loro tutto quello che ho imparato in tanti anni di carriera. Vorrei trasmettere alle nuove generazioni la mia passione e i valori onesti e puliti che questo sport mi ha insegnato: a me la pallavolo ha cambiato la vita, mi ha reso un uomo perbene. Mi piacerebbe potermi sdebitare”. E magari tornare in Italia, che ricorda con molto affetto: “Se ci penso, i ricordi sono tanti. A Cuneo ho vinto la Coppa Italia nel ’98 e mi hanno fatto sentire uno di loro, è il posto dove è nato il mio secondo figlio. Di quella città ricordo il freddo e la neve, ma anche la grande professionalità. Tutta quell’Alpitour, dai compagni alla società allo staff, resteranno per sempre nel mio cuore. A Roma nell’anno del Juvileo vincemmo scudetto e coppa Cev, quella fu la mia miglior soddisfazione sportiva in Italia. Non dimenticherò mai quella finale al PalaEur davanti a diciottomila persone. Ma soprattutto l’aiuto ricevuto: quando decisi di lasciare la nazionale, trovai amici pronti ad aiutarmi come Francesco Becchetti, Vittorio Sacripanti, l’avvocato Crocetti e Guido Molinaroli, il presidente di Piacenza. Sono tutte persone che non dimenticherò mai, perché fecero per me e per i miei compagni che affrontavano un momento particolare qualcosa che solo gli italiani possono fare. A Roma ripasso sempre volentieri e potrei anche viverci, anche se dicono che sia una città complessa. Mi ricorda molto l’Avana, e lì abita quello che considero come un fratello, il maestro di scherma Elvis Gregory, con la moglie Sabrina. Di Taranto porto nel cuore una cucina speciale, a Reggio Emilia ho conosciuto la mia migliore amica italiana, Rita, e l’allenatore della squadra di baseball Paulo Abrue. A Parma sanno come far sentire a casa uno straniero, e quei tortellini, quel formaggio e quel prosciutto sono incredibili”. Il cuore in realtà è ancora a Verona: “A Bardolino vivono i miei due figli maggiori, Ihosdalis e Ihosvany junior, con la madre. Loro sono la luce dei miei occhi, sono le persone che ogni mattina quando mi alzo mi spingono a cercare di essere un uomo migliore. A Verona ho incontrato anche l’amore della mia vita, Arais, una cubana che viveva in Italia e che, da quando ci siamo conosciuti, mi ha seguito e appoggiato ovunque andassi, fino a diventare la madre del mio figlio più piccolo, Ihosandres. Per me l’Italia è come casa”. E’ anche il posto dove ha continuato a vedere alcuni suoi compagni che dopo la fuga da Cuba avevano bisogno di un rifugio: “Sono ancora in contatto con alcuni miei compagni come Gato, Marshall, Romero, Dennis, Salas, Benito, Argilagos, Batte e Beltran. Per tutti loro sono ancora il capitano, un fratello maggiore al quale chiedere un consiglio, non solo per la pallavolo. Tengo ancora i contatti perché per me loro sono come una famiglia, e il compito del fratello maggiore è di mantenere unita la famiglia”. E Juantorena? Se davvero dovesse accettare la chiamata azzurra, che cosa penserebbero di lui gli altri cubani? “Credo che per Osmany sarebbe un’occasione, giocare europei, mondiali e olimpiadi con una squadra così forte non capita a tutti. Non deve gettare via l’opportunità, mi sembra strano che in tempi moderni ci sia anche bisogno di discutere di una cosa del genere. Anche perché non credo che la nazionale cubana richiamerà i suoi giocatori andati all’estero: conoscendo le autorità sportive del mio paese, mi sembra un’eventualità molto lontana. Anche se è vero che questo è un momento di grande cambiamento nella nostra isola, ma penso che nello sport di alto livello le cose andranno molto lentamente”.