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Novanta candeline per un colonnello.

Chi viene dalla provincia come me gode di un grande vantaggio: è predisposto allo stupore, condizione fertile in cui di solito vivono i bambini e che permette di immagazzinare una quantità superiore alla media di sensazioni e immagini.

Deve essere per questo che pur avendo frequentato Piero D’Inzeo solo per una manciata di ore (non per mesi o anni, come altre persone  più meritevoli) ho una bella sfilza di ricordi su di lui.
Era il 2007, tutti e due eravamo invitati (in diversi ruoli e con ben diversa importanza, ovviamente) dal magnifico Alessandro Benedettini per una conferenza a Campiglia Marittima.
Mi ricordo perfettamente quando il colonnello è sceso dal treno. Veniva da Napoli: dritto, asciutto, correttissimo nel bel doppio petto blu coi bottoni dorati. Aveva un trolley al seguito, un mio  timido accenno a sollevarlo dell’ingombro congelato sul nascere da un’occhiataccia di quelle che ti fanno venire voglia di spararti sull’attenti o, in alternativa, andarti a nascondere che è ancora meglio.
Dopo questo leggerissimo impasse iniziale le cose sono andate per il meglio: conferenza  brillante del colonnello su Caprilli e il Metodo, impagabili la serata e la mattina seguenti. Eravamo ospitati in casa della famiglia Alessandrini: atmosfera molto easy senza fronzoli, la totale mancanza di altri cavalieri nei paraggi non stimolava lo spirito agonistico del colonnello che era disponibilissimo, rilassato e assolutamente di buon umore; e io (con gli occhi spalancati a domandarmi per quale miracolo della fortuna potessi godermi una compagnia del genere) cercavo di non perdermi niente di quello che il colonnello raccontava.
E raccontava tante cose: dalle regole che hanno disegnato tutta una vita (sveglio prestissimo, alla sera a letto presto con la cena preferita: una tazza di latte e biscotti), al lavoro con il padre e il fratello, tanti cavalli a tanti episodi – per noi mitici, per lui solo cose che ha fatto nella sua vita.
Ma mi è rimasto impresso più di tutto  quando  ha raccontato di un piccolo Piero D’Inzeo,  ragazzino sui dieci anni che passava tutto il tempo libero a sbirciare il lavoro degli allievi del padre appoggiato alla staccionata del maneggio: “Noi non potevamo montare quei cavalli, quelle erano persone importanti ed erano riservati loro i migliori. Ma io stavo lì: e rubavo con gli occhi”.
Mi pare di vederlo quel bambino affamato di cavalli che non si lasciava scappare una briciola di quello che poteva imparare, nonostante avesse a disposizione un padre che era, probabilmente, il miglior istruttore di equitazione del suo tempo. Sarà stata quella la molla che lo ha spinto a vincere per tutta la vita, a migliorarsi sempre e costantemente, che gli ha insegnato a “…tendere il cavallo nella mano, come una freccia pronta a scoccare dall’arco” ? forse, chi lo sa.
Ma io gli auguri li faccio proprio a quel ragazzino lì che si mangiava i cavalli con gli occhi:
buon compleanno, colonnello D’Inzeo.
Di seguito il link a un video del colonnello D’Inzeo:
la fotografia è tratta da questo bel sito web, non garantisco sia Piero piuttosto che Raimondo: speriamo di averci preso.