Nella gabbia del rigore
NON c’è visione, mai un sogno. In una situazione così complicata per i conti pubblici, e tanto drammatica dal punto di vista della sopravvivenza di famiglie e imprese, non è facile per un leader politico dettare una ricetta di governo appena convincente e indicare scenari di fiducia. Ma Bersani un po’ ne approfitta per fuggire dai tredici mesi di austerity oltranzista dell’esecutivo Monti, sostenuta dal suo Pd e dal Pdl che ora la rinnega. Lo stesso premier dimissionario ha ammesso, in campagna elettorale, di aver forse esagerato con tasse e rigore. Per l’interesse del Paese, naturalmente. Così la pressione fiscale è salita al 44% ma il debito ha compiuto il balzo sopra i duemila miliardi, migliaia di imprese hanno chiuso e tre milioni di cittadini sono senza lavoro.
DEI 70-80 miliardi di crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica amministrazione sono arrivati solo spiccioli, nonostante le molte promesse. L’operazione rientro dei cervelli dall’estero è stata un flop, le dismissioni un fantasma, la spending un’illusione. Insomma, sacrifici durissimi e risultati deludenti che portano anche la firma del leader Pd. Ora Bersani (come tutti) scopre che il rigore non è strada a una sola corsia e propone la svolta: «Fuori dalla gabbia dell’austerità», tuona il suo primo punto del programma di governo. E poi via con l’obiettivo di rendere più flessibili gli impegni europei, meno vincolanti gli ordini tedeschi di bilancio (grazie anche a francesi e olandesi pure loro in difficoltà), più coerenti gli investimenti per la crescita.
L’ISPIRAZIONE è ambiziosa, punta a creare un volano di rilancio attraverso l’investimento dello Stato. Ma non c’è un solo accenno al contenimento del debito, alla dismissione degli asset pubblici, alla privatizzazione di aziende spesso poco efficienti e ancor meno redditizie. Il rischio rimane quello degli ultimi 15 anni, con i «tecnici» costantemente alla guida del ministero dell’Economia: gonfiare la spesa, alimentare uno Stato ogni anno più ingombrante all’ombra del quale l’impresa si rannicchia sulle commesse, spesso clientelari. Manca anche nel Bersani minimalista una bozza di strategia industriale, ancora non si intravvedono gli orizzonti di un’Italia che vuole superare i suoi limiti decennali. Nelle alchimie tra rigorismo ed espansionismo si esibiscono i governi di mezzo mondo. Ma il non invidiabile leader Pd ha un problema in più, un nodo che non ha sciolto nemmeno ieri: chi sono gli alleati, dentro e fuori il suo partito?