1993-2013, stessi discorsi identiche furbizie
<CF202>C’era già tutto, non è servito a nulla. Il 16 marzo 1993, i giornali aprivano con l’ennesima retata di politici. Cose tipo: «Ciclone tangenti su Altissimo, avvisi di garanzia ad altri 13 parlamentari». Il giorno successivo gli onori delle cronache furono riservati ai nuovi ‘moralizzatori’, che per l’occasione brandivano non I-Pad e apriscatole, ma cappi (il leghista Orsenigo) e spugne colorate impugnate con guanti bianchi in onore di Mani Pulite (i missini di Fini). I politici «di regime» balbettavano. Ma l’istinto gli suggeriva di assecondare un vento destinato a spazzarli via.
Il 16 marzo tutti, ma proprio tutti, i partiti proposero mozioni parlamentari all’insegna della moralizzazione. L’allora premier Giuliano Amato, riconosciuto campione nell’arte del ricollocamento politico, suggeriva di «dimezzare il numero dei parlamentari» e «rendere più incisivi i controlli sui patrimoni dei politici». Massimo D’Alema non brandiva il primato della politica ma intimava di «escludere i corrotti dal parlamento». Ma come si fa a definire un corrotto? Segue dibattito. Con Craxi già ad Hammamet, persino socialisti si dividevano tra chi voleva precludere la vita politica i semplici inquisiti (Tamburrano) e chi pretendeva almeno un rinvio a giudizio (Formica). Il Pds annunciava norme definitive «contro la lottizzazione» e in favore del «ruolo delle donne». I radicali proponevano di fare a meno del finzanziamento pubblico ai partiti. Appena nominata capo dell’ennesima commissione per le riforme, Nilde Iotti caldeggiava «una norma costituzionale che detti i principi fondamentali della vita dei partiti a partire dalla loro trasparenza». Gli intellettuali, al solito, soffiavano sul fuoco: da Lucio Villari ad Alessandro Galante Garrone, proposero di cassare la parola «onorevole» dai dizionari perché, dissero ex cathedra, «i politici non la meritano».
Tutto questo accadeva esattamente vent’anni fa. C’era la crisi economica, c’era la «scoperta» che le grandi società avevano fondi neri, c’era il dibattito sull’esosità del fisco, c’era l’ansia per le aste dei titoli di Stato, c’era lo scetticismo internazione sulle capacità italiane, c’era l’agenzia Moody’s che minacciava di declassarci. C’era tutto quel che c’è oggi, cambiavano solo i nomi. E nei partiti dominava la rissa all’insegna del consueto «si salvi chi può». «Non penso che Craxi abbia un futuro politico», sentenziò Amato da Londra. Mentre a Roma Andreotti se la prendeva col capo dello Stato, Scalfaro, ricordandone l’appartenza a quella che oggi vien chiamata ‘Casta’: «Mi riesce difficile interpretarlo come fustigatore della classe politica…». Andreotti era sicuro che a breve sarebbe diventato premier per l’ottava volta. Tutti invocavano cambiamenti, nessuno ci credeva. Nicola Mancino, ministro dell’Interno, chiedeva «senso di responsabilità» e larghe intese per «metter mano alle riforme istituzionali, varare una legge elettorale, modificare l’assetto e i poteri della Camera e delle Regioni». Ma ciascuno era concentrato sul proprio ‘particulare’, nessuno se lo filò. L’urgenza di riformare il sistema politico e istituzionale era concretamente avvertita solo dai radicali e dal movimento di Mario Segni. Che infatti con i referendum del 18 aprile abolirono tra le altre cose il finanziamento pubblico ai partiti e introdussero il sistema elettorale maggioritario. Di lì a poco, i partiti aggirarono la prima norma ed evitarono di completare la seconda. Dieci giorni dopo lo svolgimento dei referendum, il governo fu affidato a un uomo di Bankitalia (Carlo Azeglio Ciampi).
Gli ultimi vent’anni hanno confermato un’impressione diffusa: la storia si ripete, ma non è affatto maestra di vita. In queste ore e nei prossimi giorni potremmo averne l’ennesima conferma. O forse, magari, hai visto mai, chissà…